LIBRARY ! f Dott. TEODORO FERRARIS TRATTATO DI PATOLOGIA E TERAPIA VEGETALE I PARASSITI VEGETALI DELLE PIANTE COLTIVATE OD UTILI MALATTIE PRODOTTE DA EXOBASIDIACEE ALBA Ì STABILIMENTO TIPOGRAFICO SINEO & BO ^/x- t I PARASSITI VEGETALI DELLE PIANTE COLTIVATE OD UTILI TRATTATO DI PATOLOGIA B TERAPIA VEGETAI! AI) l SO DELLE SCUOLE D'AGRICOLTURA I PARASSITI VEGETALI DELLE PIANTE COLTIVATE OD UTILI PEL Dott. TEODORO FERRARIS PROFESSORE DI PATOLOGIA VEGETALE PRESSO LA R. SCUOLA DI VITICOLTURA " UMBERTO I „ DI ALBA LIBERO DGCENTE DI FITOPATOLOGIA PRESSO LA R. UNIVERSITÀ DI GENOVA > con 184 incisioni ed 1 tavola Lm*M*r YORK ANICAfj ALHA STABILIMENTO TIPOGRAFICO SINEO » BO 1913 PROPRIETÀ LETTERARIA VIETATA OGNI TRADUZIONE <> RIPRODUZIONE -in/a II. CONSENSO DELL'AUTORE QUESTO LAVORO MODESTO È DEDICATO A S. E. TEOBALDO CALISSANO MINISTRO DELLE POSTE E TELEGRAFI POICHÉ VENNE PENSATO E MATURATO NELLA PORTE SUA TERRA DAI FERTILI PAMPINI CHE DA LUI RICEVE LUSTRO E DECORO PREFAZIONE. L' importanza sempre crescente che vanno assumendo oggidì gli stadi fi to patologi ci per il continuo diffondersi delle malattie parassitarie che fanno strage fra le nostre più preziose piante coltivate renderà questo lavoro attorno cui con amore mi sono dedicato per diversi anni, utile e ben accetto al pubblico. Eormerà un libro di testo più che sufficiente per le cognizioni (die debbono acquistare in fatto di fìtopatologia gii allievi delle nostre scuole di Agricoltura e sarà inoltre di guida allo studioso ed al pratico per indagare la causa delle principali malattie pro- dotte da parassiti vegetali e per l'applicazione dei relativi rimedi, essendo la parte riguardante i mezzi di cura am- piamente trattata per -ogni malattia di una eerta impor- tanza. () cercato con giusto equilibrio di distinguere nella trattazione di ogni singola alterazione la parte strettamente scientifica dalla parte veramente pratica. () l'atto il pos- sibile di rappresentare con figure chiare e precise tratte in. gran parte dal vero i caratteri delle principali malattie e delle loro cause vegetali e ciò allo scopo di facilitare allo studioso il riconoscimento delle alterazioni e dei loro parassiti. Richiamo poi l'attenzione del lettore alla guida analitica per la classificazione delle malattie delle prin- cipali piante coltivate in base specialmente ai caratteri esterni (pag. 947-1008) che sarà di grande giovamento a chiunque anche con mediocri cognizioni fitopatologicbe vorrà in base agli effetti assurgere alla determinazione della malattia e della causa. Nello Bcrivere questo lavoro che la quantità del mate- riale Torse à reso più voluminoso di quello elie mi ero prefìsso ò avuto per iscopo principale di l'are cosa non inutile per la nostra agricoltura illustrando i principali parassiti vegetali, le malattie che da essi derivano ed ad- ditando i mezzi più razionali di lotta. Non dico di aver colmato a dirittura un vuoto della nostra letteratura scien- tifica in cui pur sono poche, ma buone opere in materia benché condotte forse più con indirizzo teorico che pratico, spero tuttavia di aver aggiunto una pietra di più al grande edificio della difesa contro le malattie parassitarie delle piante coltivate. L'incoraggiamento avuto da molti eminenti fttopatologi italiani ed esteri fin dalla pubblicazione dei primi fascicoli della presente opera ed i consigli di cui mi furono larghi gli illustri scienziati italiani prof, coni in. P. A. Saccardo, direttore del R. Istituto Botanico della R. Università di l 'adova e prof. cav. Giuseppe ( Juboni, direttore della R. Sta- zione di Patologia Vegetale di Roma, che pubblicamente sento il dovere di vivamente ringraziare, valsero a vincere molte difficoltà, dubbi e titubanze da cui mi trovai natu- ralmente assalito al sobbarcarmi del difficile compito. K questo stato soddisfatto sì come io mi proponevo ! Ideal- mente l'Agricoltura nostra potrà trarne qualche proficuo vantaggio"? E quant'io spero e fervidamente desidero. Don. Prof. TEODORO FERRARIS. />/■:. SOMMARIO delle Materie contenute nel volume INTRODUZIONI'.. Generalità sulle Malattie delle Piante. 1. Concetto di malattia. La Patologia Vegetale 2. Cenni storici e progressi della Patologia Vegetale 3. Origine delle malattie dello piante ...... 4. Cause determinanti malattie nelle piante .... 5. Condizioni di ambiente favorevoli allo sviluppo delle malattie paras 6. Predisposizione. Influenza della coltivazione sulle piante 7. Resistenza ed immunità. Reazione delle piante all'azione dei parassiti 8. Ereditarietà nelle malattie, nella predisposizione e nella resistenza ad 9. Effetti delle malattie sulle piante ...... 10. Condizioni generali sfavorevoli alle malattie delle piante. 1 nemici natu rali dei parassiti ........ 11. Mezzi di lotta contro le malattie delle piante 12. Classificazione delle malattie delle piante ..... Elenco delle principali opere di Fitopatologia (Parassiti Vegetali) pubbli cate dal principio del secolo XIX in poi ..... Principali exsiccata di funghi dannosi alle piante coltivate od utili 1 I in 1 I 20 i-:; 29 37 il l l 54 PARTE SPECIALE. Malattie Parassitarie. I Parassiti Vegetali delle Piante coltivate od utili. Capitolo I. I Mixomiceti ..... 5 5 Capitolo IL Gli Schizomiceti o Batteri} . 1. I Batteriocecidi ...... 73 2. Batterti producenti cancrene, necrosi di tessuti . Capitolo III. Gli Eumieeti ..... 1 IT 1. Ficomiteti ....... 134 a. Chitridinee ...... L35 b. Oomiceti ....... 1 il e. Zigomiceti ...... 2. Micomicoti ....... A. Ascomiceti ....... a. Eruiasci ....... b. Exoasci ........ . e. Carpoasci ...... L'IS Discomiceti ...... 249 Pirenoniiceti ...... Ipocreacee ....... 316 Dotideaeee ...... 342 MI Si >MM \ i;i< » Valsacee ( ieratostoniatacee Sferiacee Perisporiacee l'.i ieifacee /.'. Basidioiniceti . (i. Emi basi di i Ustilagiuali /-. Protobasidii Uredinali e. Eubasidii Exobasidiali [ineuiali Falloidali . ( . 1 leuteromicel i . a. Bferopsidali Sferioidacee V ci ridiilacee Leptostromatacee Excipalacee b. Melancouiali e. [fali .... Mucedinacee DiMiia/.iacct' Stilbacee Tnberonlariacee . />. Miceli] sterili . Capi mio IV. Alghe Capitolo V. Licheni Capitolo VI. Fanerogame parassite Aggiunte <■ correzioni Qnadro analitico dei principali gruppi in cui boi atali delle pianti- per facilitarne la ricerca si Esempi per l'uso del quadre» analitico per la ci parassita ....... Guida per la tacile determinazione delle più impo coltivate od utili prodotte da Parassiti Vegel 1. \ ite ..... Gruppo II. Piante «la frutto tintinni III. ('cicali .... Gruppo I V. riante ortensi . Gruppo V. l'iante industriali e medicinali i)i> \ I. l'iante foraggere Gruppo ili. Piante da Bore ed ornamentali Gruppo l 1 1 1 . Piante f"i ostali linllce ........ o compresi i Parassiti Ve- stemal ica assiiicazioue ili un micete tanti malattie ile li le pianti TRATTATO DI PATOLOGIA E TERAPIA VEGETALE introimziom;. lw* a » y GENERALITÀ SULLE MALATTIE DELLE PIANTE BcrAfik: ^ CUUBBM 1. — Concetto di Malattia - La Patologia Vegetale. Tatti gli organismi, dal minuscolo protozoo all'essere più evoluto della scala zoologica, dal microscopico batterio al vegetale più elevato vanno soggetti durante il loro periodo vitale a squilibri] nel funzio- namento dei loro organi semplici o complicatissimi che siano: tali squilibrii in certi casi momentanei e di breve durata vengono facil- nente superati dall'attività vitale esuberante dell'organismo, in nou pochi casi invece accentuandosi tale squilibrio si à per conseguenza una rapida decadenza dell'essere il quale precocemente, prima d'aver compiuta regolarmente la sua curva vitale, si avvia al line della sua esistenza. Tali squilibrii funzionali che possono essere determinati da cause assai diverse, ora intime, cioè dipendenti dall'organismo st« 3so per difetto de' suoi organi, ora esterne od estrance all'organismo, cioè dall'ambiente in cui vive o dall'azione di altri esseri nocivi, costi- tuiscono le malattie. È malattia dunque qualunque alterazione che possa sopravvenire al normale funzionamento dèlie parti di mi organismo. È naturale che quanto più complesso è un essere vivente altrettanto più numerose sono le malattie: come una macchina semplicissima più difficilmente si guasta di una macchina assai complicata e delicata i un essere poco evoluto meno facilmente di un essere più perfezion può andar soggetto ad alterazioni nelle sue funzioni assai ridotto semplificate. Benché tuttavia si possano avere malattie nelle piante e uegli ani- mali non bisogna credere che l'origine di queste «• gli effetti gli stessi: ciò è naturale data la struttura completamente dh Ferraris, Trattato di Patologia, eco. — 1. f tEXKRALIT A SULLE MALATTIE DELLE l'iAMl. un organismo vegetale «la un organismo animale. È bensì vero < - h«' possono esservi cause eguali capaci di determinare malattie negli animali .•(une nelle piante, ad esempio, i batteri possono trovarsi parassitica- mente viventi sì nelle piante come Degli animali, peri» la loro azione sui tessuti animali e vegetali è inulto diversa e pur diversamente reagi- scono tali te.-suti all'azione nell'aria che le circonda, <•<•<•. senza tener conto • Ielle cause parassitarie, possono determinare più <> meno rapidamente squilibrii funzionali e quindi esser cause (li malattie. Non e sempre tacile al «-erto poter indagare e scoprire in tutti i casi l'origine «li una malattia nelle piante quando non sia evidente un'azione parassi- taria: troppo .scarse sono ancora le nostre cognizioni nel campo «Iella tisiologia vegetale «la poterci spiegare le ragioni intime «li una alte- razione col solo sussidio dell'anatomia vegetale e non sempre il me- todo sperimentai*' che si usa per indagare 1«' funzioni delle piante ci «■ di aiuto nello svelare le condizioni esterne ed interne necessarie perchè L'alterazione abbia a prodursi. Tuttavia oggidì si può «lire che la scienza che si occupa delle malattie delle piante a fatto «l«'i grandi progressi. Tale scienza è la Patologia vegetale <> Fitopatologia. Sorta molto e molto tempo dopo la consorella «die si occupa delle malattie degli animali e specialmente dell'uomo, quando questa .uià progredita prodigava i suoi buoni frutti all'umanità sofferente, essa, appena in fasce, nel prin- cipio «lei secolo scorso andava raccogliendo i primi contributi dalle scienza' affini fra cui sorgeva e con «mi da prima andava confusa, in special modo dalla botanica «la cui a poco a poco si stacco per fot mare una scienza a se che ora finalmente, nel periodo «li circa un secolo, <• in grado «li offrire un potente aiuto all'agricoltura. Scopo «Iella Patologia vegetale è non solo lo studio generico delle malattie delle piante in «pianto riguarda la conoscenza degli effetti «li ciascuna malattia e la determinazione delle cause: questo scopo benché scien- tificamente elevato avrebbe troppo poco interesse pratico: merito «li questa scienza sono i risultati t contagiosi* morbis. Marcello Malpighi (1627-1694), insidie naturalista e celebre fondatore dell'Anatomia vegetale descri- veva e studiava l'anatomia di certe produzioni patologiche delle piante note col nome di galle. Nei primi anni del secolo XVIII. TOUBNBFOET pubblicava importanti osservazioni sulle malattie delle piante che distin- gueva in (Incelassi, nella prima comprendeva le malattie fisiologiche, nella Seconda quelle prodotte da condizioni meteoriche, da parassiti animali (insetti) e da azioni traumatiche. In Italia pochi anni dopo (1716) il Lancisi, celebre medico romano descriveva una epidemica mortalità degli alberi che infieriva in Italia.il Micheli (17lm>) nell'oliera Wovq pianta/rum genera descriveva alcuni funghi parassiti e saprofiti e pre- cisamente i generi Aspergillus, Botrytis, Puccinìa, ecc., mentre più tardi G. Targ-ioni Tozzetti e Felice Fontana applicando il microscopio allo studio di alcune malattie delle piante svelavano nuovi l'atti im- portanti intorno alla causa di alcune malattie e verso il 17(17 il Fon- tana definiva la Ruggine dei cereali come vegetazione di piante eritto- game die nascono fra pelle e pelle sul grano. Adanson (1763) nella sua opera Familhs tra lavoro ancora oggidì molto interessante sulle malattie dei gelsi e più tardi diverse notizie sulle malattie della vite, di piante da frutto e forestali j pres- sapOCO nella stessa epoca FÀBRICHTS esponeva un suo sistema di classificazione delle malattie delle piante. L'influenza esercitata a quei tempi dalle scienze mediche e chirur- giche che progredivano assai per l'opera di insigni cultori, doveva naturalmente riflettersi anche nel campo della Patologia vegetale così che verso la (ine del secolo XVI II ed in principio del XIX gli autori che scrissero di (piesta materia, imbevuti delle dottrine che allora SÌ avevano nel campo della patologia animale, non esitarono ad attribuire le stesse cause delle malattie degli animali alle piante, così che nelle Ioli, opere troviamo glandi confusioni nell'interpretazione delle cause «■(1 una strana terminologia presa a prestito dalla patologia animale. Così lo Zallotgeb (177'.») ce ne offre curiosi esempi col descrivere Casi di l'hhgmasir, di paralisi , (li eaeìiessia [l) nelle piante. 2. — CENNI STORICI E PROGRESSI DELLA PATOLOGIA \ In quali condizioni la patologia vegetale si trovasse al principio del secolo scorso ce lo dimostra chiaramente l'opera «li mi dotto servatore: Filippo Re
  • «li •_''• GENERALITÀ 9 OLLE MALATTIE DELLE PIANTI solforosa eli»' in presenza di timidità dell'aria si trasforma in acido solforoso e causa ustioni sali. • foglie, «li acido solfidrico, cloridrico e specie nei centri molto industriali ed ove vi sono officine, fabbriche, fonderie di metalli, le piante olirono una vegetazione meschina e stentata (1). Si sa intatti delle esperienze del MOBREN che basta di acido solfidrico nell'aria per promuovere un cambiamento di colon- nelle foglie dei vegetali, tanto L'azione di questo gas, pei citare un esempio, e nociva alla vegetazione. A tutte queste cause si possono a . — Condizioni di ambiente favorevoli allo sviluppo delle malattie parassitarie. In parte di queste ei siamo già intrattenuti nel capitolo prece- dente, parlando delle cause di malattie che possono risiedere nel- l'ambiente, quindi mi limiterò ad accennare brevemente alle condizioni generali che si debbono trovare nell'ambiente perchè una causa de- terminata possa svolgersi e determinare un fenomeno patogeno. Lo studio delle condizioni di ambiente favorevole alle malattie è della più alta importanza pratica poiché non solo con esso si può spie- gare l'origine ed il decorso di certe malattie, ma ancora si possono trovare i mezzi atti a prevenire certe alterazioni coll'impedire che tali condizioni abbiano luogo e contrapponendo ad esse possibilmente condizioni sfavorevoli alle malattie e quindi naturalmente favorevoli alla vegetazione «Ielle piante. ('«•ite «•«indizioni di ambiente in due modi possono favorire lo sviluppo «li una malattia: L.° coll'agevolare lo sviluppo «le.u'li orga- nismi parassiti: 2." col determinare uno squilibrio funzionale indie piante in modo da predisporre le piante all'attacco «lr<><ì<>ttc olle piante coltivate dalle emanazioni gaaose degli stabilimenti industriali sta/. Sper. Agrar., XXXVI, L903, 109 pag. <■ 2 tav.). 5. — CONDIZIONI DI AMBIENTIO FAVOREVOLI A.LL0 SVILUPPO, Per le malattie prodotte da parassiti animali le <• lizioni «li ambiente anno in generale minore influenza che per le malattie crit togamiche: la soverchia umidità o siccità, il caldo od il freddo ehio possono bensì influire sulla maggiore o minore quantità e diffusione di parassiti animali, ma non così intensamente come nelle malattie prodotte, p. es., da funghi. Per lo sviluppo delle malattie crittogamiche sono assolutamente indispensabili invece certe condizioni di ambiente, senza di che i germi non riescono a svilupparsi ed a diffondersi. Ed è grazie alle condizioni di ambiente sfavorevoli ai parassiti che in certe annate le nostre piante coltivate soffrono meno del loro attacco ,• gj portano a maturità i raccolti senza che questo dipenda esclusivamente dal- l'azione di speciali trattamenti anticrittogamici che som» stati effettuati. Presentandosi invece quelle determinate condizioni di ambiente le malattie si sviluppano con singolare intensità e non sempre l'opera dell'uomo riesce ad arrestarne completamente i danni. Calore ed umidità sono i due fattori principali che agevolano lo sviluppo dei funghi parassiti. Queste due condizioni agiscono in generale con temporaneamente: il calore non à effetto se non è accompagnato da umidità, anzi molto spesso questa agisce anche quando la tempe ratura non è molto elevata. In generale per ogni fungo parassita esiste un optimum di tem- peratura a cui corrisponde il suo massimo sviluppo nel più breve tempo possibile. Al di sotto come al di sopra di questo optimum il fungo rallenta il suo sviluppo e molte volte non riesce a svilupparsi completamente. Il Jensen esperimentando con conidi di Phytophthora infestans seminati su fette di patata, tenute a temperature diverse, dimostrò che la loro germinazione non si compie sotto i -f 5°, al di sopra di questa temperatura il micelio che da essi deriva si svolge sempre più rapidamente fino a raggiungere un massimo di attività a 22",5 che rappresenterebbe la temperatura ottima per lo sviluppo del fungo. Sopra tale temperatura avviene un rallentamento nella germinazione dei conidi come nella loro produzione dai rami conidiofori finché a temperatura di 40° i conidi finiscono per perdere dopo breve tempo la loro proprietà germinativa. Nella Plasmopara vi\ la germinazione dei conidi nell'acqua con produzione di zoospore avviene in circa una mezz'ora a temperatura di +28°, + 30°, a tem- peratura inferiore non germinano che dopo qualche ora: a + 17 dopo qualche giorno e a temperature più basse dod germi nan< UOidium Tuekeri si sviluppa invece a temperature non molti GENERALITÀ BULLI «ALATTIE DELLE PIANTE potendo già iniziarsi la sua vegetazione a temperature minime «li _l_ 4" + .">" ed aumentando progressivamente 6no a + 25° + • "><>" in cui lo sviluppo «• intenso. Il massimo «li temperatura in cui avverrebbe lo sviluppo dell'oidio sarebbe «li -p 40°. 1". molto interessante conoscere i limiti «li temperatura entro cui un fungo parassita si sviluppa per poterne prevenire la comparsa, così la «•<»- uoscenza della temperatura sufficiente per lo sviluppo della Crittogama e d.lia Peronospora «Iella vite ci à suggerito che per la prima occorre fare trattamenti preventivi molto pei' tempo, «piando appena «• avvenuto lo sbocciamento delle gemme, mentre per la seconda non si faranno trattamenti preventivi che assai pili tardi, quando cioè i tralci giovani avranno raggiunto una lunghezza «li 12-15 cent, ed in generale du- rante la prima o la seconda quindicina di Maggio. L'umidità è una condizione indispensabile per lo sviluppo di tutti i funghi. 11 caldo asciutto uccide i germi, le spore, i miceli e riesce quindi in generale nocivo. L'umidità accoppiata ad una sufficiente temperatura crea invece una condizione ottima. Basta alle volte un periodo anche molto breve di caldo-umido perchè durante questo si effettui lo sviluppo rapidissimo ed intenso di un micete parassita causando danni gravissimi. La Peronospora della vite ce ne offre annualmente esempi notevoli. Non occorre la presenza di acqua precipitata in generale per creare condizioni sufficienti di umidità: le nebbie persistenti sono assai propizie allo sviluppo «lei miceti parassiti sia col favorirne lo sviluppo sia predisponendo le piante ospiti al loro attacco. Durante un periodo di pioggie o di nebbie prolungate le piante verdi rallentano le loro funzioni vitali : le funzioni di assimilazione, di assorbimento, di traspirazione sono profondamente turbate, lo squilibrio che si de- termina predispone facilmente la pianta all'attacco dei parassiti. Vi sono parassiti (die offrono casi curiosi di endemismo e che non si diffondono se non in località ove si trovano quelle determinate condizioni di ambiente indispensabili per il loro sviluppo. Il Black Eoi prodotto dalla Quignardia Biducéllii ce ne offre un esempio. Esso <• «li origine Americana e si è diffuso qua e là, saltuariamente però in ESuropa e specialmente in alcune località della Francia. A diffe- renza «li molte altre malattie pervenute pure dall'America e ormai diffuse ovunque, questa non avrebbe ancora valicate le Alpi verso l'Italia Lo sviluppo del parassita, secondo le osservazioni «li <'\/r. \r\ <"az\ii.t e di altri autori, pare sia legato a speciali tasi meteoriche clic per esempio si mani test crebbero costantemente nelle regioni «lei PREDISPOSIZIONE - INFLUENZA DELLA COLTIV VZION1 SI II l ri \ Missouri, dei grandi Laghi in America ed in Francia nell'Hérault nel Lot e nella Garonne. Le fasi meteoriche dovrebbero succedi nel seguente ordine: 1." periodo di pioggie prolungate cod abbai? mento di temperatura; 2.° rialzo di temperatili;!: .">." bel tempo; I riodo di pioggerelle o nebbie. È stato osservato che nelle regioni • tali fasi meteoriche si succedono abitualmente il Black Boi infieri in modo straordinario. Ma oltre le condizioni indicate altre ne abbiamo che possono favo- rire lo sviluppo dei parassiti in modo diretto od indiretto. Nella 'inalila del terreno, nella sua composizione chimica, nella sua maggiore o mi nore compattezza, nello stato igrometrico del terreno, nella quantità o qualità dei concimi, nella presenza di molto Humus, ecc.. possiamo pur trovare condizioni favorevoli allo sviluppo «lei parassiti vegetali od animali. Concludendo: non basta la presenza di germi patogeni per deter- minare una malattia, occorre che nell'ambiente si trovino le condi- zioni necessarie per lo sviluppo di questi germi. Vedremo tosto come occorra una terza coudizione perchè la malattia si determini in una pianta: questa condizione deve trovarsi nella pianta stessa e consiste nella predisposizione. 6. — Predisposizione - Influenza della coltivazione sulle piante. Esaminando il comportamento delle piante di fronte ai loro pa- rassiti noi siamo alle volte colpiti da un fenomeno strano, che cioè nou tutte le piante pur trovandosi nelle identiche condizioni, sono egualmente attaccate da una determinata causa parassitaria, ma alcune ne sono fortemente colpite fino a soccombere, mentre altre continuano a vegetare quasi senza presentare alcun sintoi li de perimento. In terreno fortemente fillosserato noi vedremo ere svilupparsi rigogliose le Riparie, le Bupestris, mentre le nostre riti Europee deperiscono più o meno rapidamente: durante una furie infe zione peronosporica noi vediamo alcune varietà di viti coltivate come il Trebbiano verde, il Greco, ecc., soffrire meno dell'attacco del ntto, della Barbera, del Xebiolo. ecc. Visitando uliveti possiai io tare come alcuni ulivi siano più fortemente colpiti sui rami dalla i malattia della tubercolosi, mentre altri som» quaBi sani. «• potremmo facilmente renderci conto di tali fatti quando le condi in cui vivono le piante sane e le malate fossero identiche ed '24 GENERALITÀ -imi MALATTIE DELLR PIANTE le circostanze «die anno potuto favorire 1«» svolgimento «lei germe parafi sitario. Esaminando poi il comportamento delle piante soggette a col- tura e
  • specie resistente di per se al le mulat t ie : L'apparente resistenza nou sarebbe dovuta «he alle condizioni di ambiente sfavorevoli allo sviluppo «lidia PREDISPOSIZIONE - INFLUENZA DELLA COLTIVAZIONI -l I II Pi •, causa patogena. Tale modo di vedere è però erroneo e contrario as solutamente ai fatti ed alle prove numerose che si anno invece ossidi in appoggio alla teoria della predisposizione. Di fronte alle Ruggini noi vediamo che certe varietà di grano specialmente caratterizzate da semi farinacei, a fogliame ampio e molle molto produttive come il Noè, il grano di Provenza, il Bianco
  • sostanze gommose <-h«' si rap- prendono e consolidano all'aria, in modo «la proteggere i tessuti più delicati messi a nudo da una ulteriore degenerazione. E3 così in mol- tissimi casi la pianta si rimette in buone condizioni di salute elimi- nata la causa del male e distrutto o riparato il punto che era stato attaccato, l'n altro bell'esempio di reazione dei tessuti vegetali sotto lo stimolo «li cause parassitarie è la produzione di certi ingrossamenti od ipertrofie che prendono il nome di galle <> cecidi. Batteri, funghi, acari, insetti, possono causare «li questi eecidi la cui origine è sempre dovuta allo stimolo esercitato dal parassita in un organo <> parte di organo in accrescimento per cui si determina uno sviluppo anormale di tessuti che costituiscono iperplasie più o meno notevoli e sempre «li forma caratteristica Lo studio «li queste formazioni patologiche sia nella loro struttura come nella loro genesi e nel loro significato e del più grand»' inte- resse e già il Malpjghi si era affaticato a darne una spiegazione india -uà opera che riguarda tali produzioni {De exerescentiis et tumoribus piantoni m). Sono caratteristiche e numerose quelle delle quercie e diverse per forma a seconda dell'organo in cui si sviluppano «- della specie parassita che le determina, quelle della Rosa, dell'Olmo, ecc. Notevole il fatto che in tali produzioni si accumula in generale una quantità enorme «li tannino cui alcuni attribuiscono ufficio protettivo; cioè «li favorire la conservazione dell'ipertrofia il cui sfacelo potrebbe i sser «li danno agli organi sani della pianta con cui e in relazione. Quanto all'interpretazione «lei significato della galla non tutti gli autori sono d'accordo: alcuni vedono nella galla un mezzodì difesa, «li resistenza contro il parassita: sarebbe come un ostacolo alla sua propagazione nel vegetale e con quella produzione i danni sarebbero limitatissimi: altri invece pur interpretando nella galla una vera e propria pro- duzione patologica non credono che tuie ipertrofia sia un mezzo «li difesa «•«mtio il parassita il quale anzi troverebbe nella galla 1«- mi- gliori condizioni «li vita senza sentire il bisogno «li passare altrove. Non insisto ne per l'ima né per l'altra interpretazione, tanto più che le cose non sono ancora sufficientemente chiare, rimanilo il lettore 8. — EREDITARIETÀ NELLE MALATTIE, NELLA PREDISPOSIZIONE l che volesse approfondirsi nella questione ai lavori del Cuboni l e del Trotter (2): per noi al presente basti rilevare il fatto che le galle sono produzioni causate da uno stimolo di an parassita: che queste reazioni siano utili (nel senso di limitare la causa del male) indifferenti o dannose per le piante non è stato ancora nella gene- ralità dei casi affatto dimostrato. 8. — Ereditarietà nelle malattie, nella predisposizione e nella resistenza ad esse. Si dicono malattie ereditarie quelle trasmissibili dai genitori ai figli mediante i semi. Il germe di queste malattie deve dunque già trovarsi nell'embrione ov'è stato portato col plasma germinativo e coi nuclei sessuali nell'atto fecondativo, oppure può essere mimato dalla pianta madre nel seme durante il successivo accrescimento «lei l'embrione. Si è esagerato molto intorno all'interpretazione di queste malattie ereditarie comprendendo in esse molte che non anno ragione «li con- siderarsi tali, perchè non si presentano come una continuazione «lei caratteri acquisiti per ereditarietà dalla pianta madre. Tei esempio alcuni avevano ammesso che certe piante, le Quercie, p. es., abbiauo per eredità acquisita la proprietà di formare delle galle speciali ap- pena gli organi su cui si formano siano eccitati dall'insetto stimo- lante. Tale ipotesi è assolutamente contraria ai fatti poiché vi sono specie di piante le quali nei loro paesi di origine non presentano né anno presentato mai una determinata forma di galla comune invece in altre regioni su specie affini e che possono, quando siano in presenza dell'insetto cecidogeno, riprodurre perfettamente una simile altera/ione. Ora tali individui che non anno acquisito per ereditarietà la facoltà di produrre quelle galle avrebbero dovuto per la -ic-mi ragione essere refrattarii all'azione di quella causa nuova, il fatto contrario «limo-ira che non esiste ereditarietà nella capacità di produrre di tali formazioni (1) Cuboni G., La Teratologia vegetale ed i i>r<>l>leini della biologia moderna (Rivista delle Scienze biologiche, voi. II, 1900, j>. 249). (2) Trotter A., Le ragioni biologiche della cecidogenesi (Nuovo Giornale Bot. Ita!., voi Vili, X. 4, 1901); Nuove ricerche sui micromiceti dell< sitila natura dei loro rapporti ecologici (Annales mycologici, voi. III. l pag. 521-547). Ferraris, Trattato di Patologia, ecc. — 3. 34- GENERALITÀ SULLE HALATTII DELL1 PIANTE la cui prodazione è esclusivamente subordinata alla presenza dell'insetto si [molante. Sono da considerarsi invece come vere malattie ereditarie quelle che in un modo o nell'altro anno un riverbero nelle cellule sessuate e perciò si portano all'embrione; quindi quelle alterazioni non locali, ma che interessano tutto l'organismo, possono essere trasmesse per ereditarie. Così la clorosi quando non è localizzata in qualche parte della pianta per azione di uno speciale parassita, ma che interessa tutto il sistema vegetativo e riproduttivo può essere ereditaria: il nanismo, il gigantismo, alterazioni che si ripercuotono su tutto il colpo della pianta si (issano per seme e si trasmettono ai nuovi individui. E3 così si dica di molti fenomeni teratologici che apparsi in un in- dividuo si sono trasmessi per seme e fìssati nella prole, mantenendosi costantemente si da creare un carattere nuovo, peculiare, capace di dar luogo ad una forma (l'orma teratologica), varietà perfino ad una specie. 11 SOBAUEB, (1) Ci ricorda a questo proposito il caso della Ceiosia oristata, pianta notissima ai giardinieri, in cui lo stelo presenta un caso tipico di fasciazione nella regione dell'infiorescenza: questo fe- nomeno teratologico si mantiene costante negli individui che nascono dai semi di tale pianta. Questa probabilmente in origine doveva possedere una infiorescenza più o meno espansa ed a rami divaricati: un qualche individuo a cominciato a presentare casi di simile fascia- zione e questo carattere forse tornando più utile alla pianta per le sue condizioni di vita si e fissato e trasmesso costantemente. Anche la Fedia Oornucopiae (Valerianacea) presenta una tipica riduzione del- l' infiorescenza a cima dicotoma, caratteristica della famiglia, colla sal- datura, dei rami laterali, abitualmente indipendenti negli altri generi Valeriana, Valerianélla, ecc.) e questo carattere si riproduce per semi. Se e facile accertare clic le malattie fisiologiche si possono in molti casi trasmettere ereditariamente non è altrettanto facile dimo- strare lo stesso fatto per le malattie parassitarie dei vegetali, l'el- le malattie degli animali è noto che alcune gravissime malattie cau- sate da microorganismi patogeni possono trasmettersi ereditariamente: covi le ricerche di LàNDOIZV e M MM IN, di Koi'BASi >1 1 ed altri dimostrerebbero resistenza di tubercolosi congenita, trasmessa alla prole da individui tubercolotici. 1 Soa \ i i - 1 .- . I. im. ai . Km. Il, indi». meno elevato predisposizione a dette malattie, si sono l'atte accurate esperienze per provare l'ereditarietà della resistenza alle ruggini che possono presentare varietà di grano o di orzo otte- nute coll'incrocio di varietà immuni o predisposte alle malattie. BlFFEN (1) riferisce che incrociando una varietà immune con una predisposta l'ibrido mostra predisposizione, (all'autofecondazione di questo si ottiene lutile in parte immune e in parte predisposta nella proporzione su quattro individui di uno immune e di tre predisposti (Legge di Mendel): incrociando fra loro varietà immuni la prole conserva lo stesso carattere. Le varietà immuni o predisposte si presentano talora con caratteri morfologici assolutamente identici, il che significa che la immunità come la predisposizione anno sede liei protophisto. (Ili -tessi rapporti anche si anno di fronte a parassiti animali: molti- viti americane anno acquisito per eredità la (piasi completa immunità contro la fillossera, la cui azione invece si manifesta più o meno sensibile o dannosa sulle altre viti che anno una eredita- rietà nella resistenza ad essa notevolmente inferiore. Da questi esempi si vede quali profonde modificazioni possano — ere trasmesse col seme. Tali modificazioni sono il risultato di lente 1 I'.iiii.n i;.. Studies in the Inheritance <>/ dis. resist. (Iourn. of Agric. sci, nce. II. L907, i>. 109-123 . 9. — EFFETTI DELLE MALATTIE NELLE PIANTE oscillazioni che avvengono nella pianta sotto l'influenza dell'ambiente esterno: esse possono quindi fissare nelle piante caratteri nuovi «li resistenza o viceversa possono fissarsi dei caratteri di predisposizione a malattie tendenti cioè ad abbreviare la durata della vita dell'in- dividuo. Non sempre però l'ambiente esterno può far insorgere «• fissare nelle piante caratteri nuovi: non sono in generale i violenti «uni! che possono scuotere profondamente le qualità di un organismo: quei come dichiara il Sorauer, posseggono una stabilita assai differente e la forma di movimento che esse rappresentano è spesso irritata da una debole scossa, mentre talora rimane immutata di fronte ai più grandi attacchi degli agenti esteriori. Vi sono qualità che si man tengono immutabili di generazione in generazione e che apparentemente sembra non abbiano a modificarsi mai: rispetto al tempo però si può dire che nessuna qualità di un organismo sia da considerarsi come immutabile. Xella stabilità maggiore o minore delle qualità di un organismo di fronte alle mutate condizioni esterne va riferita la causa della resistenza diversa che presentano i vegetali alle cause di ma- lattia e quindi le ragioni intime dell'ereditarietà nella resistenza «• nella predisposizione. 9. — Effetti delle malattie nelle Piante. Una pianta ammalata presenta all'esterno ed all'interno .le' Buoi organi delle alterazioni più o meno profonde, più o meno estese, di- terminate dalla causa o dalle cause nocive che anno turbato il fun- zionamento della parte colpita. Tali caratteri che una pianta malata presenta sono gli effetti della malattia. Lo studio degli effetti ossia dell'insieme delle alterazioni prodotte da una qualsivoglia causa, di- cesi patografia. Gli effetti guidano bene spesso alla conoscenza della causa <• sono di somma importanza nella diagnosi di una malattia, benché una stes causa possa talora su piante diverse od organi «liscisi della stes pianta determinare effetti diversi, mentre in altri casi uno stesso effetto possa essere determinato da cause perfettamente diverse. I ad es., la clorosi, malattia frequente nelle piante coltivate e special- mente nella vite può essere determinata da deficienza <»d esuberai di certi elementi nel suolo, come da azione parassitaria: la flllofi può essere causa di clorosi, come lo possono essere le rizomorfe della Rosellinia necatrix o dell' Armillaria milieu. 11 fermarsi quindi : 38 GENERALITÀ SOLLE MALATTIE DELLE l'IVMi: esame degli effetti urlio studio di una malattia sarebbe assolutamente insufficiente e non potremmo farci ima chiara idea dell'origine della malattia e quindi non sapremmo indicare quali mezzi preventivi o curativi siano necessari per impedire la manifestazione di tali effetti. Tuttavia quando non si avevano ancora mezzi sufficienti per la ricerca delle cause, L'osservazione «Ielle malattie veniva naturalmente limitata agli effetti dei quali quasi sempre si dava una origine strana per noi, ma ehe allora sembrava la più plausibile «late le utopie e le super- stizioni elie dominavano anche la mente (lei dotti. Non è quindi da maravigliarsi se Teofrasto e Plinio attribuiscono l'origine della pol- vere nera che riveste le spighe carbonchiose del grano ad ustioni del sole e se il sommo Galileo credeva «die le ruggini non fossero altro (die L'effetto dei raggi solari concentrati ed intensificati nelle goccioline di rugiada funzionanti da lenti in modo da causare delle vere e proprie bruciature! E fin qui si rimaneva ancora quanto a Spiegazione dei fatti nell'ordine delle cose naturali: (piando poi non era facilmente manifesta Tazione di una di queste cause si ricorreva volentieri a spiegazioni più ardite ammettendo l'opera sovrannatu- rale del diavolo o delle streghe! E qualche nome ci ricorda ancora queste idee superstiziose dei nostri antichi, così una malattia dei frutti di susino determina le prugne del diavolo, certe ramificazioni anor- mali ed affastellate frequenti sui Lecci, Pini, Ciliegi, ecc. vennero deno- minate Scope di strega (iu tedesco hexenbesen) e via di questo passo. Possiamo fare una distinzione degli effetti a secondo del loro modo di presentarsi in: 1. Effetti meccanici : l a) per eccesso (efletti ipertrofici), 01 j " : ' 3. Effetti consistenti in degenerazioni <» metamorfosi; 4. Effetti consistenti in processi istolitici. Gli effet ti meccanici consistono in lacerazione di tessuti, in cor- rosioni superficiali o profonde, in azioni traumatiche •> ferite, fenomeni che possono essere occasionati dalle cause più diverse. La grandine, l'azione del gelo e del disgelo, gli insetti, le critto* game parassite, L'uomo infine som» capaci di determinare effetti mec- canici le (aii conseguenze possono essere leggere od anche gravissime ;i seconda dell'estensione, della profondità delle lesioni <> delle parti più o meno vitali che sono colpite. Gli effetti teratologici consistono nella produzione di parti odi 2. Effetti teratologici b) per difetto (effetti atrofici), <■) diversi; EFFETTI DELLE MALATTIE NELLE PIANTE organi di forma anormale, cioè <> di grossezza esagerata o «li propor- zioni eccessivamente ridotte, oppure anche di aspetto, di colon perfino di funzione diversa dalle parti normali. Quando si ;i un eec< di accrescimento in qualche parte in seguito ad uno stimolo deter- minato da una causa qualsiasi così da determinare un tumore, L'effetto si dice ipertrofico, la parte che si modifica e diventa mostruosa si dice ipertrofizzata ed ipertrofia o iperplasia è l'ingrossamento stesso. Le galle o cecidi sono precisamente produzioni ipertrofiche cioè formate da un accrescimento enorme di un tessuto in un del minato punto che è stato sottoposto all'azione
  • metamorfosi certi processi che av- vengono nelle cellule per cause più <» meno ben note, per cui si modifica la costituzione chimica «hi contenuti cellulari o della membrana, for- mandosi come prodotto patologico una sostanza che molto spesso viene segregata all'esterno «la speciali ferite. Cosi è «Iella produzione • li -omnia che scola «la molte piante «la frutto (Ciliegi, l'inni. Agrumi, ecc.) e che causa La esse un grave deperimento <» «Iella manna «•he si tonua su certi organi vegetali in seguito ad alterazioni cel- lulari. È un processo «li degenerazione e «li metamorfosi «niello de- terminato «lai Badlltts amylobacter nei tuberi «Iella patata in cui la materia zuccherina «la prima ed in seguito la sostanza intercellulare e la membrana vengono fermentate e trasformate in acido butirrico, anidride carbonica ed altri composti secondari I processi istolitici consistono pure in degenerazioni «li tessuti, questi peri» perdono completamente la loro struttura, si decompon- gono, si disorganizzano, diventano friabili, si polverizzano finalmente • ■ così si costituiscono dei cancri, delle carie che si approfondano più o meno negli organi della pianta. Anche qui le cause «li questi effetti possono essere diversissime. La carie o necrosi dei rami «li Pero o «li Melo prodotta dalla Nectria attissima ce ne offre un esempio tipico. Si formano in tale malattia delle piaghe nei rami che interes- sano la corteccia e possono approfondirsi anche nel legno che viene così messo a mulo «• facilmente deteriorato. Noi avremo occasione, nel parlare delle singole malattie, «li descri- vere minutamente molti e svariati effetti «lei «piali cercheremo spie- garne la produzione e l'origine. In certe malattie gii effetti dell'alterazione sono generali, cioè si manifestano nell'intera pianta «' nelle condizioni meteoriche circostanze a loro contrarie, benché in generale si possa dire che per essi meno in- tensamente che pei parassiti vegetali l'azione di tali cause si taccia sentire non essendo cosi facilmente influenzati dal soverchio caldo o «lai soverchio freddo <> dal grado maggiore o minore di umidità <• di siccità. Sappiamo ehe. i>. es., la fillossera «Iella vite vive difficilmente nei terreni sabbiosi ed in quelli umidi, mentre predilige quelli ar- gillosi, calcarei e «li una certa compatte/./.;!, quindi la sua diffusione e alle volte ostacolata dalla presenza nel terreno di quelle eause con trarie naturali. Ma lo sviluppo dei parassiti — specialmente quelli animali — è bene spesso e per nostra fortuna tenuto in treno da altre cause per essi l un più dannose. La loro esistenza e non di indo minacciata da altri organismi che trovano modo di attaccarli, di svilupparsi sii essi e di ucciderli, determinando delle vere e proprie epidemie che in certe annate limitano notevolmente la diffusione di certe specie nocive ai vegetali. Ter le crittogame parassite e meno ben chiara l'esistenza di or- ganismi ehe riescano a danneggiarle, benché sia noto che anche i pic- colissimi esseri, come i bacilli, abbiano le loro malattie e che su alcuni funghi possano vivere parassiticamente altri funghì come, per esempio, il Gicinnobolu8 Cesata che vive nei filamenti conidiali dell' Oidium TuckeH e. secondo recenti ricerche del MAN GIN, il Mycelophagus Co- staneae ehe vivrebbe parassiticamente nelle ite miceliali delle micorrize delle radici "lei castagno che distruggerebbe ed alcuni altri cui per brevità non accenno. L'azione parassitaria però di «piesti esseri non e ben evidente e non facile ad essere dimostrata. Nel campo invece dei parassiti animali gli esempi sono numerosis- simi e ben noti. Moltissimi insetti nocivi alle piante sono a loro volta distrutti da altri parassiti vegetali 0(3 animali. Sulle cavallette poS- sono svilupparsi speciali funghi, come VEmpuua Grylli, la Botrytis acridiorum, ecc.. capaci di determinare «Ielle vere e proprie epidemie come avvenne — secondo quanto ci ricorda il Laboi lbène — nel IS7L' in Crimea pel Caloptenus Italicus i cui individui andarono sol: getti ad una grande distruzione per opera precisamente déìVSmpusa 10. —CONDIZIONI GENERALI SFAVOREVOLI ALLE MALATTIE DELLE PIANTE 43 Grylìi. Più frequenti dei fanghi parassiti troviamo speciali insetti, specialmente certi imenotteri, (littori, ecc., i quali insidiano conti- nuamente la vita degli insetti più pericolosi alle piante e per la loro voracità e prolificità riescono bene spesso a limitarne enorme- mente la diffusione, assai più di quello che potrebbe fare l'opera del- l'uomo usando i più potenti mezzi di distruzione di cui dispone. Ne bisogna credere che questi parassiti dei parassiti siano di dimensioni maggiori e quindi riescano a soggiogarli colla forza e eolla mole: si verifica invece tutto l'opposto, che cioè tali parassiti degli insetti nocivi sono assai minuti e non per questo meno dannosi. Si sa infatti che non è sempre l'organismo più grande (die la vince sul pie colo, ma si verifica bene spesso l'inverso: il colosso e vinto dal mi- crobo e distrutto senza che quello possa opporre, nonostante la sua forza formidabile, alcuna resistenza all'invisibile essere (die -li rode le fibre. Quasi tutte le specie di insetti parassiti, specialmente allo stato di larve anno i loro nemici fra i più minuti rappresentanti della stessa classe. La Piralide [Onectra pilleriana), micro-lepidottero danno- sissimo alla vite, à numerosi nemici che possono causare la distruzione perfino del 50 °/ o delle sue larve, fra i quali specialmente alcuni ditteri {Syrphus hyalinatus, Tachina hortorum) e diversi Imenotteri ìIcIukh mon mdanogonus, Pimpla aìttrnans, Chalcis minuta, Pteromalus larva- rum, ecc. ecc.). È noto che la mortalità delle Cochylix ambiguella e dell' Eudemia botrana, le temute Tignole dell'uva, allo stato di larve o di crisalidi dovuta a cause naturali è assai elevata ed in certe condizioni limita notevolmente la loro diffusione; in certi casi i nemici naturali (fungili. insetti, ragni, ecc.) apportano nelle larve della Cochylis una mortalità fino al 35 °/ ? mentre nell'Eudemis la percentuale della mortalità per tali cause si può elevare fino al 60%. Gli insetti endofagi loro ne- mici, fra i quali dobbiamo annoverare diverse Pimple [Pimpla stig- matica, coxalis, Labordei, ecc.), il Griptus minutulus, lo Pteromalus vitis, ecc. ecc., di per sé soli possono distruggere fino il 22 di Cochylis ed il 32 °/ di Eudemis. Questi dati non colo esagerati, ma forse anzi inferiori alla realtà, dimostrano quali potenti alleati a l'uomo per lottare contro certi parassiti e non è quindi a meravigliare se venne escogitato e messo in pratica, specialmente in America, un nuovo mezzo di lotta tutt'affatto originale, ma clic a già dato ottimi risultati e del quale parlerò a suo tempo in un prossii japitolo, consistente nella distruzione degli insetti dannosi delle piante colla diffusione dei loro parassiti. 44 GENERALITÀ BULLE MALATTIE DELLE piami: Il volgo crede ancora oggidì che gli eccelli siano in generale dei putenti nemici degli insetti dannosi: è fuor di dubbio che molti «li essi per essere insettivori ricercano e distruggono facilmente larve ed insetti diversi, sarebbe peri» ridicolo che la loro sedia si Limitasse solamente alle torme parassite; avviene invece ordinariamente che coi dannosi vengono distrutti anche insetti utili, di più la distruzione di quelli dannosi si limita a quelli più vistosi e questi in generale non producono i maggiori danni sulle piante: i piccoli Invece sfuggono facilmente alla ricerca ed anno migliori mezzi di protezione contro la voracità degli animali più grossi, quindi il beneficio che gli uccelli insettivori possono apportare all'agricoltura — pur riconoscendo che un beneficio esiste — è di gran lunga inferiore a quello che appor- tano i minuti esseri, i parassiti endofagi di cui abbiamo fatto parola. Concludendo su questo argomento possiamo dire che esistono po- tenti cause naturali atte a limitare è ad ostacolare la produzione e diffusione delle malattie delle piante e che per esse specialmente e non sempre per l'opera dell'uomo, che per quanto accurata è sempre minima di fronte alle forze della Natura, in non pochi casi si ve- rifica se non la soppressione o la completa scomparsa dell'agente pa- togeno, tuttavia la sua minore frequenza ed una moltiplicazione in- tcriore ai mezzi di cui sarebbe provvisto. Così si spiega il fenomeno che pare a prima vista strano che cioè data la presenza di un parassita su una pianta in una determinata regione non in tutti gli anni esso manifesta la stessa diffusione e quindi produce gli stessi danni. 11. — Mezzi di lotta contro le malattie delle Piante. La difesa contro le malattie delle piante è antica quanto le ma- lattie stesse, solo i metodi che usavano i nostri antichi basati su altri principii sono notevolmente diversi da quelli che si impiegano, certo COU migliore successo, oggidì. Allora che molte malattie delle piante ciano note solo per gli effetti e si ignoravano le cause queste erano solo ipotetiche, i mezzi di difesa erano all'atto empirici : colla cono- scenza delle cause il metodo diventa razionale, se anche l'effetto non sarà sempre soddisfacente, tuttavia la lotta non sarà mai inutile e M' non si riesce a sopprimere del tutto la causa del male, si riuscirà almeno ad attenuarla od almeno a creare attorno ad essa condizioni più difficili per il suo sviluppo, riuscendo in ogni caso a migliorare 11. — MEZZI DI LOTTA CONTRO LE MALATTIE DELLE PIANTE 45 lo stato generale delle piante sofferenti. Solo contro le malattìe pro- dotte da cause ignote, ed oggidì nonostante i progressi della scienza ancora ne abbiamo che non anno avuto la loro soluzione scientifica e per le quali quindi non possiamo iniziare metodi razionali di lotta, i risultati delle nostre cure, quando se ne possono effettuare, sono assolutamente incerti, mentre per tutte le altre di causa nota possiamo in generale disporre di qualche mezzo efficace. È ben vero che in certi casi la lotta è assurda e disuguale, volendo lottare, p. esempio, contro gli agenti meteorici; l'uomo però non si è arrestato nemmeno di fronte al fenomeno meteorico più violento e dannoso per le uostre piante e impossibile a prevenire ed à sperimentato con successi pero non ancora soddisfacenti cannoni e bombe grandinifughe. Contro le brinate primaverili tìn da tempi remoti è stato adottato il sistema delle così dette nubi artificiali, tuttora in uso in varie loia lità più esposte a tali meteore con risultati certo vantaggiosi. I mezzi di difesa contro gli agenti meteorici in genere sono sempre più o meno insufficienti: superano la potenzialità umana, sono cause troppo generali e troppo estese per poterle combattere od allontanale. Si riuscirà nel piccolo ad eliminare l'azione del freddo o del ealdo soverchio coltivando le piante in ambienti artificialmente preparati, sarebbe impossibile estendere tali mezzi di difesa alle estese colture che bene spesso sono in balìa degli elementi. I mezzi di lotta li possiamo distinguere in due gruppi: 1. Mezzi di lotta preventivi; 2. Mezzi di lotta curativi. Sono mezzi di lotta preventivi quelli che servono a .prevenire lo sviluppo della malattia, cioè si applicano prima che la causa patogena sia comparsa rendendo difficile il suo sviluppo o la sua diffusione. In generale si può dire che i migliori effetti nella lotta conti., le malattie delle piante si ottengono con questi mezzi confermando il principio espresso nel noto proverbio francese « Mieux va ut prèvi nir gue guérir ». L'uomo dispone di molti mezzi per prevenire lo sviluppo delle malattie delle piante. La profilassi ci insegna quali siano le norme igieniche da adottare per far sì che la pianta cresca sana e rigogliosa e meno soggetta ad influenze nocive, quindi circondando la pianta di tutte quelle cure necessarie per favorirne lo sviluppo rigoglioso, migliorando le condizioni colturali, del terreno, dell'a biente in cui la pianta vive ed eliminando da questo possibilmente un gran numero di germi nocivi colla lavorazione del suolo, co alternanza di coltura, coli' uso di sostanze insetticide ed annerino- \ù GENI i: LL1 I \ -1 II l. M \l.\ I l II. DJ l II l'I W 11 miche adoperate preventivamente si riesce multe volte a salvare le piante «la violenti infezioni. Fra i mezzi preventivi, oltre quelli in- dicali, sta in prima linea la selezione artificiale la Sieroterapia ci possano aiutare nella lotta contro i parassiti vege- tali ed animali delle piante e giammai eredo potremo «la esse ottenere quei buoni risultati che danno nel campo della medicina animale. Solo per le malattie costituzionali o fisiologiche il metodo della cura interna potrebbe forse riuscire di qualche efficacia (4). Non sempre si à la possibilità di adottare in ogni caso delle mi- sure preventive atte ad impedire la produzione di una alterazione «> l'insorgere «li una causa di malattia e allora bisogna ricorrere ad altri mezzi per sopprimere possibilmente la causa senza danneggiare la pianta ospite. Tali mezzi diconsi curativi e di essi si occupa la Terapia vegetale che studia i rimedi adatti indie singole ma- (1) Beauverie, Essai d'immunisation des végétaux contro les maladiea ery- ptogamique8 (Compt. remi. hebd. de l'Acad. «1. Se. i. CXXXIII. Paris 1901, pag. 107). (2 Marchal, Ih Vimmunisat. de la laitue contre le meunier (C. remi., ecc.. CXXXV, p. 1067). 3ob \ i i i:. l.iNn \ i . Uni. Handb. der Pflaneenkrankh., I. p. '-'1 . Berlin luti."). (A) T. Ferraris, Sieroterapia vegetale, ossia j>r<>si si impiega in certe località l'acqua come mezzo «li difesa contro la fillos- sera, quando vi sia la possibilità di sommergere per un certo tempo la vigna sotto uno strato
  • n<> operare eoi me/zi «li cui dispone. In questi aitimi tempi i professori Beklese, Leonardi e Silvestri anno iniziato importantissime esperienze per combattere la temuta Cocciniglia «lei (!els«i [Diaspis pentagono,)) eli«' si diffonde sempre piti in Italia, con uno «le' suoi parassiti endofagi, un imenottero, la Prospaltella Berlesei che introdussero dall'America «lei Nord e «lai Giappone, patria d'ori- gine «li questo utilissimo insetto, «lai «piale la gelsicoltura Europea si ripromette un beneficio senza contrasti superiore a quello che si ottiene coll'applicazione degli usuali mezzi «li lotta, i Cui elVetti sono sempre molto incerti. Purtroppo questi metodi non som» ancora «-n- t rati nella pratica perchè domina sempre nell'agricoltore anche intel- ligente una buona dose di incredulità su tutto quanto è basato su dedu- zioni scientifiche e quindi ci vorrà del tempo prima che in Italia questi nuovi mezzi «li lotta vengano adottati e diffusi sì da produrre quei buoni frutti di cui ,uià da diversi anni approfittano gli agricoltori americani. Come risulta da quanto abbiamo esposto non tanno difetto i mezzi di lotta contro le malattie delle piante e se con essi non sempre per ora possiamo riprometterci di poter debellare la causa del male. tuttavia nella maggior parte dei casi siamo in grado «li limitarne la diffusione, riducendo a più miti proporzioni i «Ianni che potrebbero accadere quando, come pur troppo talora succede per trascuranza, indifferenza od incredulità, si lasciasse al male libero campo di svi- luppo e «li diffusione. \'2. — Classificazione delle malattie delle Piante. Quando non si avevano ancora esatte cognizioni intorno alle cause delle malattie «Ielle piante, si usava prendere come punto di partenza per classificare le malattie stesse gli effetti: tale metodo presentava il grave inconveniente «li riunire nello stess«» gruppo alterazioni che pur avendo simili caratteri erano determinate «la cause diversissime. Il metodo i Icilio e pili razionale, prende come base per la clas- SÌficazione delle malattie le cause. Queste possono essere molteplici e le possiamo distinguere in due grandi gruppi: Cause parassi- tarie «• «-anse non parassitarie. Sono cause parassitarie celi i BIBLIOGRAFIA 53 organismi vegetali od animali che vivendo sopra le piante determi- nano delle alterazioni o dei danni più o meno gravi; sono cause uhm parassitarie quelle non dovute alla presenza di speciali organismi ma dipendenti da condizioni sfavorevoli di ambiente in cui la pianta vive o provocate da squillimi funzionali. Il quadro qui sotto esposto di- mostra quali sono le cause parassitarie o non che possono determinare malattie nelle piante. I. Malattie prodotte da parassiti IL Malattie non pro- dotte da parassiti, ma da Vegetali Animali cause note cause ignote. 1. Mixomiceti 2. Schizomiceti o Batteri 3. Ifomiceti 4. Alghe 5. Fanerogame 1. Vermi 2. Artropodi J Ara< " ni,,i ^ a< ' :,li ' / Insetti 3. Molluschi i T7- 4. i ±- ( Uccelli I. vertebrati „ I Mammiferi Condizioni disadatte del suolo Agenti atmosferici Emanazioni gazose Fatti traumatici Elenco delle principali opere di Fitopatologia (Parassiti Vegetali) pubblicate dal principio del secolo XIX in poi. 1807. Ke F. Saggio teorico pratico sitile malattie delle jiiante (1807-1817). 1833. Unger F. Die Exantheme der Pflansen und dilige mit diesen venvand. Krankh. d. Geivàchse, Wien (1833). 1841. Meyen. Pfianzenpathologie, Berlin (1841)! 1852. Bérenger A. Micogenesi, ossia delle malattie dei vegetali caratterizzate dalla presenza costante o quasi costante di qualche specie di funghi, Colle- gllano (1852). 1858. Kuhn I. Die Krankh. der Kulturgewàchse, ihre ursachen mal Verhiitung, Berlin (1858). 1868. Hallier. Pkytopathologie — Die Krankh. der Kulturgewàchse, Leip (1868) 54 -.imi: \i.i i i -i 1.1 i M \i \ i i n: DI LI i PI \n i r 1874. Sorauer. Handb. der Pflaneenkrankhetien, Berlin 1874; 1886). 1880. Frank, Die Krankheiten der Pflaneen, Breslan (1880; 1895). 1882. Bartig B. Lehrbueh der Baumkrankheiten, Berlin [1882; L889; 1900). > v 7. \\<>ii' iind /.ori. Krankh. d. landwirsch. Nutepfl. d. Schmaroteepfl. (1887). 1889. Wolf, l!\<< \i:im. Le malattie crittogamiche delle piante erbacee coltivate, Milano (1889 . 1890. Kirchner. Die Krankh. und Beschàdigung. unserer landw. Iculturpfl., Stuttgart (1890). 1891. Comes () . Crittogamia Agraria, Napoli (1891). 1892. Loyerdo I. Lea maladies cryptogam. dea céréales, Parie lsii'2). 1893. Yi\i.\ P. 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I Mixomiceti o funghi gelatinosi rappresentano il gruppo più basso degli organismi vegetali ed anno affinità cod forme di protozoi, specialmente NudoflagellatieRizopodi perciò il De Baey li denomina Micetozoi ossia Funghi-Animali. Dal- I'Haeckel vengono compresi nel gruppo dei Proti sti in cui con- fluiscono le due serie degli organismi animali e vegetali colle loro forme più semplici. Compresi nelle antiche classificazioni nel gruppo dei funghi ne vengono ora staccati, formando un gruppo a sé essen- dosi ristretto il significato di Funghi a quegli organismi vegetali pur sprovvisti di clorofilla, ma forniti di un sistema vegetativo for- mato di filamenti od ife che si dice micelio. Sistema vegetativo. Il tallo di questi organismi è semplicissimo. Consta di una massa più o meno grande di plasma nudo, cioè spn>\ visto di membrana cellulare. Si presenta quindi molle, mucillaginoso, talora minuto e visibile solo al microscopio, in generale pero nelle specie saprofite abbastanza ben visibile ad occhio nudo e talora anche piuttosto grande (Aethalium septicum). Tale corpo vegetativo, mai
  • . Capillizio (e) e spore («)
  • y\A matura; l> in germinazione; c-f mixamebe in diversi -~ i : • * 1 1 ili sviluppo; // riunione «li mixa- mebe; i piccolo plasmodi iposto da Cibnkowski, Schboteb; _ <■ j orig. die si dice plasmodio (fig. 1: 7, i, 1). Anche i plasmodi possono poi aggregarsi <» fondersi in modo diverso fra «li loro. Sistema riproduttivo. I plasmodi «-ohm' le mixamebe possono mol- tiplicarsi per un semplice processo «li segmentazione: la massa plas liiatiea si allunga, presenta litio st ro/zailieilto elle si approfonda sempre più tinclie si spe/./.a in due parti che possono svilupparsi indipen dentemente. Ma i mixomiceti si riproducono anche per spore di ori gine agamica, le quali si possono tonnare direttamente per dille renziazione «li tutta la massa plasmodica, come avviene in alcune GENERALITÀ SUI MIXOMICETI • .",7 specie di ruixoiniceti parassiti (Es. Plastnodiophora), oppure alla estre- mità di speciali filamenti che funzionano da basidii o più frequente- mente in sporocisti (Zopf) o sporangi (De Babi |. La forma di questi organi è assai varia (fig. 1: 2-4), talora sono sferici o coni Minati da una membrana sottile od un po' spessa (peri dio) incrostata talora di Carbonato di Calcio, di colore vario e spesso vivace, dentro cui si formano in gran quantità le spore e dei filamenti semplici o retico- lati, lisci, rugosi, aculeati o con ispessimenti a spirale che costituì scono il capillizio (fig. 1: 5-6 fcj) il cui ufficio è di fare pressione sulla parete della sporocisti e di provocare la fuoriuscita e la dissemi- nazione delle spore. Talora gli sporangi presentano un piede a forma di setola nera che poggia sul plasmodio e nella parte superiore dà origine ad un fittissimo intreccio di filamenti che costituiscono il capillizio tra cui si trovano le spore (fig. 1: -4). Allorché il piede dello sporanzio si pio lunga nell'interno di esso costituisce la così detta col uni eli a dalla quale si dirama poi la rete di capillizio. Il capillizio à proprietà fortemente igroscopiche: si distende <<>1 l'umidità e provoca così la deiscenza degli sporangi (fig. 1: 3). 11 suo funzionamento è perfettamente analogo a quello degli elateri delle Epatiche. Le spore dei mixomiceti sono unicellulari, piti o meno globose, anno un episporio (parete esterna della spora) piuttosto spesso, liscio o talora con disegni o rilievi superficiali (fig. 1: 5-6 [s]). Il colore delle spore è generalmente violaceo o bruno violaceo. La loro germinazione si compie nell'acqua ed in questo mezzo la membrana si rompe in un punto e lascia uscire la massa plasmatica che costituisce una specie di zoospora nuda, fornita di ciglio con cui nuota per un certo tempo, poi si fissa, perde il ciglio e si trasforma in mixameba che fondendosi con altre costituisce un nuovo plasmodio (fig. I: 7 [a Modo (li vita. Quando le condizioni di vita sono sfavorevoli, cioè fanno difetto nell'ambiente le condizioni di umidità sempre indispen sabili per la vita di questi esseri, possono presentare delle forme transitorie in cui la massa di plasma si indurisce specie alla super ficie formandosi così delle cisti e degli sclerozi, in cui la vitalità del plasma si conserva latente anche a lungo linche non sopravvengono condizioni favorevoli di sviluppo, ed allora dallo sclerozio si riforma il plasmodio colla sua ordinaria consistenza. I mixomiceti allo staio vegetativo presentano un eliotropismo negativo, rifuggono dalla li dal calore che provocherebbe un rapido disseccamento del loro corpo nudo: allo stato riproduttivo possono presentare talora eliotropismo 1 PARASSITI VEGETALI: I. MIXOMICETI positivo. Godono invece altamente «li proprietà idrotropiche positive i -i sviluppano così in generale nei siti ove abbonda l'umidita ed ove c'è poca luce. La maggior parte dei mixomiceti sono saprofiti e si riscontrano frequentemente nei legni fracidi, Dell'interno dei tronchi cariati, sulle corteccie putride, su foglie a terra decomposte, fra i DIUSChi, ere. Pochissime s]ieeie vivono parassiticamente nei tessuti delle piante determinandovi «Ielle malattie. In queste troviamo ridu- zione considerevole uegli organi riproduttori, formandosi direttamente le spore in seno alla massa plasmodica. Arca di distribuzione geografica. I mixomiceti comprendono circa 150 specie diffuse specialmente in Europa e nell'A melica del Nord: molte specie poi Simo cosmopolite. Mixomiceti parassiti «Ielle piante. Sono compresi nell'ordine delle Phytomyxineae (1) caratterizzato dalla presenza di plasmodi! viventi nell'interno degli organi delle piante, in cui spesso determinano «Ielle alterazioni singolari, specialmente produzione di ipertrofie localizzate nel sistema radicale. Pochissime specie sono state ben studiate e si- cure, altre sono oltremodo dubbie, essendo stati interpretati come plasmodii di mixomiceti parassiti non di rado certi residui plasmatici rimasti in cellule alterate e trattate con speciali reattivi dei quali non si osservo mai la propagazione né la produzione di spore. I prin- cipali generi cui si ascrivono le specie parassite sono i seguenti: G-. Plasmodiophora colla specie ben studiata /'/. Brassicae Woboninb. In questo genere alcuni autori comprendono anche dei pretesi mixomiceti che determinerebbero due malattie della vite di natura ancor poco chiara: la Brunissure ed il Mal della California. La prima sarebbe determinata dalla Plasmodiophora Vitù ViALA et Sa t vacuai' (2) o secondo Debrai (3) dallo Pseudocommis Viti» parassiti messi in dubbio dal Massée, dal < 'avara (4). dal Beheens (5) e da (1) W'i ii-ii in. Umidi), il. si/sfcm. Botati., 1 Band., Leipsig, p. 54. 2 Viu . \ l'. el Sai vageau, /." brunissure et la maladie de Oalifornie, ma- ladies de la vigm causées pur la Plasmodiophora vitis et l'I. Ualìfomica, Mont- pellier-Paris, 1892. In bb \i 1'.. I.u brunissun <ìic; l<) altri autori. La seconda sarebbe causata da una Plasmodiophora Ga- Ufornica Viala e Sauvageau (1) che si presenta quasi nello stesso modo della precedente e che quindi si deve escludere pure secondi) le più autorevoli osservazioni dal gruppo dei mixomiceti. Noi parleremo di queste due malattie nel trattare delle alterazioni delle piante prodotte da condizioni finora non peranco ben note. G-. Schinzia colla specie Sdì. Alni Woron. molto dubbia. Dubbio pure è il CI. Spongospora colla specie Sp. Solani Brun- CHORST. Recentemente il Brzezinski (2) descriveva col nome di Myxomonas Betae una nuova forma di mixomicete parassita delle barbabietole, sulle quali, sec. PA., provocherebbe la malattia detta mal del cuore o marciume secco. L'A. descrive il ciclo evolutivo di tale mixomicete affine a quello della Plasmodiophora Brassicae. Secondo Trzebinski (3), Faber (-4), ecc., il preteso microorganismo non sarebbe che un residuo di plasmi cellulari alterati da altre cause patogene (Phoma Betae, ecc.) cui si deve la malattia della bietola che il Brzezinski vorrebbe at- tribuire al suo nuovo mixomicete. I lavori accurati dei succitati autori negherebbero dunque l'esistenza di questo parassita. 1. PLASMODIOPHORA BRASSICAE, Woronine. N~. volg. ital. : Ernia, Tubercolosi dei Cavoli, mal del Gozzo dei cavoli. JV. volg. stran.: Gros Pied , Hernie du Chou, maladie digitoire, kohlhemie , leohlkropf, Hernie der Tiolilpflanzen , Clupbing, Glub-root, Hamburg, ecc. Generalità. È una malattia assai frequente in tutta Europa, ma specialmente nel settentrione ove è assai dannosa alle Crocifere ortensi particolarmente nella Russia ove venne studiata dal Woronine (5) nel 1877. In Italia benché si trovi qua e là con una certa frequenza non pare abbia prodotto finora conseguenze tanto gravi e si sia diffusa con grande intensità come avviene altrove. Le piante colpite sono le Oro- fi) Viala et Sauvageau, l. e. (2) Brzezinski I., Myxomonas Betae, parasite des betteraves (Bull, de l'Ac. de Se. de Cracovie. CI. de Se. inatti, et natur., 1906, p. 139-202). (3) Trzebinski I., Ueber die existenz von Myxomonas Betae Brzez. (Zeitschr. f. Pflanzenkrankh., XVII, 1907, p. 321). (4) Fabek (von) F. C, Ueb. d. exist. v. Mijxom. Betae Brzez. (Bericlit. d. deut. bot. Gesell., XXVI, 1908, p. 177). (5) Woronine, Pringsh. Iahrb. f. wissensch. Bot., XI, 1878, pag. 548. 60 I PARASSITI VEGETALI: I. MIXOMICETI cifere e specialmente la Brassica oleracea, Br. Napus, Br. Rapa colle diverse varietà e forme coltivate di queste specie cioè Cavolfiori, Broc- coli, Cavoli-rape, Cavoli di Bruxelles, ecc. ecc., inoltre molte crocifere spontanee come alcune specie del genere Iberis, la Sinapis arvensis, il Baphanu8 sativus ed il B. raplianistrum, la Capsella Bursa-Pastoris, i Sisymbrium, la Camaelina satira, ecc. ecc. Caratteri esterni della malattia. Le piante colpite dall'ernia ma- nifestano una vegetazione assai stentata, un pronunciato rachitismo della parte aerea che in certi casi finisce per ingiallire e deperire completamente. Sulle radici si riconoscono le caratteristiche altera- zioni. Tanto sulla radice principale, quanto sulle radici laterali si pos- sono osservare delle ipertrofie di grossezza variabile, in generale più piccole sulle radici laterali più grosse sul fittone (fig. 2: 1-2). Tali tumori che possono essere disposti isolatamente o possono anche confluire insieme e saldarsi sono da giovani del color normale della radice cioè giallicci, lisci, sodi, più tardi invecchiando imbruni- scono, diventano rugosi, flosci e vanno soggetti ad una rapida decom- posizione, specialmente se nel terreno vi è un certo grado di umidità e la presenza di numerosi organismi saprofiti capaci di produrre la disgregazione dei tubercoletti. Talvolta anziché distinguere sulle ra- dici laterali la presenza di questi tumoretti più o meno isolati, l'iper- trofia invade le intere radicelle ed allora queste prendono uno sviluppo superiore al normale, si ingrossano notevolmente cosicché la loro dispo- sizione sul fittone ricorda quella delle dita di una mano, onde i francesi battezzano questa forma della malattia col nome di maladie digitoire. Lo sviluppo di questi tumori si verifica specialmente nella primavera e nell'autunno e durante la stagione piovosa si decompongono rapi- damente. Quando vengono tagliati da giovani si presentano nell'in- terno piuttosto compatti e di color chiaro, più tardi appaiono come spugnosi o quasi lacunosi. Caratteri del parassita. Facendo una sezione sottile di un giovane tumore ed osservandola al microscopio si constata anzitutto che esso è prodotto da un anormale ed eccessivo accrescimento delle cellule del cilindro corticale della radice: tra queste cellule se ne notano alcune di maggiore grandezza con un abbondante contenuto plasmatico che rappresenta il plasmodio del parassita. Tale plasmodio appare — spe- cialmente se si tratta la preparazione per renderlo maggiormente evidente con una soluzione iodata — assai granuloso, fornito di goc- ciole oleose e generalmente assai vacuolare: su materiale fresco si pos- sono osservare anche movimenti ameboidi. PLASMODIOPHORA BRASSICAE WOE. 61 Nawaschin (1) à fatto interessanti studi sulla struttura di questi plasmodi, sulla forma e divisione nucleare: nelle mixamebe si trova nella massa plasmatica un solo nucleo, mentre nei plasmodi si riscon- trano diversi nuclei derivanti dalle mixamebe fuse che anno costituito il Plasmodio. Tali plasmodi possono migrare, probabilmente approfittando delle punteggiature cellulari, da una cellula all'altra, diffondendo così l'infe- Fig. 2. Plasmodiophora Brassicae. 1-2. radici di Brassica rapa affette dall'ernia; 3. cellule di un tumore invase dal parassita (p. plasmodio, *. spore) : 4. Stadi di sviluppo delle mixamebe (da Tubeuf, Soeauer, VVoronike). zione, finché il tubercolo non à assunto la grossezza definitiva e non sta per disgregarsi. Allora nelle cellule contenenti il plasmodio si veri- fica un cambiamento: il plasmodio si scinde in una quantità gran- dissima di minuti corpiccioli sferici della dimensione di circa p, 1.0 che rappresentano le spore del parassita (tìg. 2: 3 [*]). Tali spore non (1) Nawaschin, Beobacht. iiber denfeineren Bau und Umwondl. von Plasmod. Brassicae, ecc. (Allg. Bot. Zeitschr., 1892). 62 I PARASSITI VEGETALI: I. MIXOMICETI sono contenute in un perielio, come avviene nella maggioranza degli altri mixomiceti, ma sono contenute invece dentro la cellula in cui esisteva primitivamente il plasmodio da cui si sono formate per di- retta produzione. Sono jaline e presentano un episporio liscio pure incolore. La germinazione delle spore avviene nel modo solito carat- teristico pei mixomiceti cioè quando per la putrefazione dei tubercoli si trovano libere nel terreno umido circostante o nell'acqua dopo qualche tempo l'episporio si scioglie in un punto e lascia uscir fuori il contenuto plasmatico della spora che assume una forma allungata e presenta all'estremità un ciglio o flagello, mediante il quale questo corpicciolo sprovvisto di membrana può nuotare per un certo tempo nell'acqua se in essa si trova e poi aderire ad una piccola radice o ad un pelo radicale della pianta ospite. Tale corpicciolo cigliato dicesi mi- xameba (tìg. 2 : 4). Dopo circa due giorni perde il flagello e prende una forma più o meno irregolare, presentando alla periferia lobuli o pseudo- podi, mediante i quali può muoversi per strisciamento. Xon si sa an- cora con certezza come possa avvenire la penetrazione della mixoameba nei tessuti radicali della pianta ospite: il Woronine à potuto consta- tarne la presenza nell'interno dei peli radicali e nelle cellule dell'epi- blema, quindi probabilmente per un processo di corrosione si insinua nello strato di cellule più esterno, guadagnando poi man mano col- l' attraversare punteggiature cellulari e spazi intercellulari i tessuti più interni, mentre le cellule sotto lo stimolo esercitato dal parassita si moltiplicano anormalmente e costituiscono il tumore caratteristico. Nelle cellule poi la mixoameba si accresce, si moltiplica, più mixamebe pos- sono fondersi insieme e si viene alla produzione di un plasmodio composto. Woronine à stabilito rigorose esperienze per provare il po- tere parassitario del mixomicete, mettendo delle giovani piantine di cavoli e di rape sanissime colle loro radici in un terreno artificial- mente infettato colle spore della Plasinodiophora : egli potè così ripro- durre sulle radici le caratteristiche escrescenze dell'Ernia nella forma osservata in natura. Condizioni favorevoli di sviluppo. La malattia si sviluppa special- mente negli orti riccamente concimati con concimi organici, in siti piuttosto umidi e freddi. Le spore possono conservare la loro facoltà germinativa nel terreno per ben due anni : la loro germinazione è faci- litata dalle condizioni di umidità: la siccità pare ostacoli il loro svi- luppo. La diffusione delle spore si effettua per la disgregazione dei tumori in seguito all'umidità del suolo ed all'azione di speciali agenti saprogeni ed in particolar modo del Baeiìlus amylobacter. PLASMODIOPHORA ALNI MOLLER 63 Metodi di cium. Non è possibile salvare le piante colpite dall'Ernia, queste vanno invece sradicate diligentemente e distrutte per impedire che la malattia si diffonda alle piante sane. Bisogna avvertire di fare questa operazione quando i tubercoli radicali sono ancor giovani e la ma- lattia è nel suo inizio per impedire che parte delle spore si suino già dif- fuse nel terreno come avverrebbe sradicando le piante già molto deperite o morte. Le piante estirpate non si debbono mettere in concimaia né lasciare sul posto, ma debbono essere bruciate. Nel fare i trapiantamene delle crocifere ortensi bisogna fare una accurata selezione delle piante eliminando assolutamente dalla cultura e distruggendo quelle che pre sentassero indizi di tubercoli erniosi sulle radici. In terreni già preceden- temente infetti dalla malattia è da sconsigliarsi il piantamento delle crocifere, ma si dovrà far succedere un'altra coltura con piante di altre famiglie almeno per un periodo di due anni per essere sicuri che i germi del male per mancanza delle piante ospiti vadano distrutti. Le crocifere spontanee come la Capsella Bursa-Pastoris , i Sisymbrium , Raplianus, Sinapis, ecc., debbono essere sradicate ed eliminate dagli orti poiché molto spesso su di esse si conserva la malattia che si trasmette poi alle piante coltivate. Il Brunchorst consiglia la disinfe- zione del terreno infetto con solfuro di carbonio qualche tempo prima di piantare le crocifere, lo Pfeiffer e lo Staes anno ottenuto buoni risultati con soluzioni assai diluite di petrolio, irrorandone il suolo. Il Seltensperger (1) à esperimentato con ottimo successo il se- guente metodo. Nel trapiantare le piantine di crocifere scava attorno a ciascuna piantina una fossetta circolare profonda da 6-10 cm. in cui colloca un pugno di calce viva, poi ricopre la fossetta di terra. Con tale trattamento preventivo in un suolo infetto egli ha potuto salvare completamente le piante che crebbero rigogliosissime, mentre altre piante appositamente non trattate per controllo vennero attac- cate dall'ernia e rimasero danneggiatissime. Anche le esperienze del- I'Halsted provano la superiorità della calce viva su qualunque altra sostanza: egli consiglia di spargerla polverizzata nella proporzione di 400-500 kg. per ettaro di terreno durante l'inverno. 2. PLASMODIOPHOEA (Schinzia) ALNI, Moller (2). N. itaì. : Ernia delle radici dell'Ontano. JV. str. : Hernie der Erhnicurzeìn. (1) Seltensperger, in Bullett. de la Soc. d'Agricolt. de l'arrond. de Cha- rolles, 1, 3, p. 57, 1894. (2) Moller, Bericht. d. deutsch. Bot. Gesellsch., 1885, 3, p. 162. 64 I PARASSITI VEGETALI: I. MIXOMICETI Attacca le radici dell' Alnus glutinosa, A. incana, ecc. La malattia si presenta sotto forma di rigonfiamenti tubercolari coralloidi, varia- mente ramificati, di color nerastro del diametro di circa 2-10 cm. I tubercoli sono internamente costituiti da una massa di cellule iper- trofizzate dentro cui si osserva a volte una massa mucillaginosa che alcuni autori credono sia il plasmodio del mixomicete, altre volte dei grovigli filamentosi che altri autori fanno appartenere ad un qualche i fornicete indeterminato. Il parassita è dunque oltremodo dubbio. Il Woronine lo riferisce al genere Scliinzia, il Moller al g. Pìmmodio- phora interpretandolo come un mixomicete. Il Brunchorst crede si tratti di un fungo che denomina Frankia subtilis, il Frank non ammet- terebbe una origine parassitaria dell'alterazione. Recenti osservazioni di B.jòrkenheim (1) proverebbero trattarsi di un fungo di posizione sistematica dubbia, fornito di un micelio formante ammassi nell'interno delle cellule delle ipertrofìe. È del resto malattia di poca importanza. 3. SPONGOSPORA SOLANI, Brunchorst (2). A. Hai. : Crosta, rogna delle Patate. A. str. : Schorf, Grind, Skurv, Scab. Malattia studiata dal Brunchorst in Norvegia e colà denominata Skurv nelle patate che presentano macchie brune sulla pellicola dei tuberi. In corrispondenza di tali macchie si sviluppano poi delle croste che si disquamano. Il Brunchorst crede che tale malattia sia dovuta ad un mixomicete di cui avrebbe osservato nelle cellule dei tuberi delle masse plasmodiche gialle, sferoidali, reticolari in cui si formerebbero delle spore del diam. di circa jx. 3,5. L'A. non avrebbe però osservato la germinazione di queste spore. Regnano tuttora molti dubbi sull'identità specifica del parassita. Secondo alcuni la malattia non è di natura parassitaria, ma dipenderebbe da condizioni del ter- reno; secondo Schacht le scaglie non sarebbero che una trasforma- zione delle lenticelle in tubercoli suberosi. Anche Frank e Sorauer souo di opinione che il preteso mixomicete non sia un parassita. 11 Lopriore studiando in Germania la malattia colà denominata Schorf non avrebbe trovato il parassita descritto dal Brunchorst, quindi esprime dubbi sulla sua esistenza a meno che lo Skurv dei Norvegesi non sia una malattia diversa. L'alterazione è sconosciuta in Italia. (1) Bjòrkenheim, in Zeitsclir. f. Ptìanzenkr., XIV, 1901, p. 129. (2) Brunchorst, in Bergen's Mnseuni Aarsberetning, 1886. Bergen issi. pai;-. 217. GENERALITÀ SUI BATTERII 65 CAPITOLO IL GLI SCHIZOMICETI BATTERII. Generalità e sistema vegetativo. I batteri sono organismi uni- cellulari di piccolissime dimensioni. Il loro tallo visibile solo coll'ainto di potenti ingrandimenti, ben spesso non supera la grossezza di un millesimo di millimetro (unità di misura adottata in microscopia col nome di micron [n]), quindi tali esseri rimasero per lunghissimo tempo ignorati, finché col perfezionarsi dei mezzi ottici si riuscì a scoprirli ed a studiarli fondando le basi di quell'importante ramo della scienza degli organismi oggidì tanto progredito che è la Batteriologia. La cellula che costituisce il corpo di questi minuscoli esseri è fornita di una membrana, in generale costituita di due strati : uno strato interno più solido detto strato cuticolare, uno strato esterno detto per la sua consistenza gelatinoso. Si crede da alcuni autori che entri a far parte della membrana di questi batteri una sostanza azotata detta micopro- teina, dentro a questa membrana si trova una massa plasmatica più o meno granulosa e talora vacuolare in cui spiccano dei corpiccioli più rifrangenti e facilmente colorabili con speciali reagenti che alcuni interpretano come nuclei, altri come semplici corpi di Cromatina (Chromatinkorner) (fig. 3: 10). I talli dei batteri data la loro piccolezza e la facilità della loro moltiplicazione vivono in generale associati insieme in gran numero formando delle colonie o zooglee costituite da una massa mucilla- ginosa fornita dallo strato esterno delle loro membrane, dentro la quale si trovano numerosissimi i corpiccioli di tali microorganismi (fig. 3 : 15 [a-h]). Le zooglee che sono capaci di accrescersi notevolmente possono così diventare anche visibili ad occhio nudo e si presentano spesso con forma, colore speciale su determinati substrati nutritivi, sui quali anno trovato condizioni opportunissime di sviluppo (fig. :> : 14). In generale i batteri sono jalini, cioè senza colore, trasparenti e quindi in questo caso la loro ricerca nel campo microscopico non è facile e bisogna ricorrere a colorazioni ed a processi di tecnica mi- croscopica speciali per farne meglio spiccare la forma e la struttura: vi sono però batteri i quali anno una colorazione loro propria dipen- dente da certi pigmenti coloranti che essi contengono. Così, ad es., il Mierococcus prodigiosus si presenta di color rosso, il Bacterium viride, Ferraris, Trattato di Patologia, ecc. — 5. 66 I PARASSITI VEGETALI : II. BATTERI! il Bact. chlorinum, si presentano di color verdastro, giallognolo, ecc. È da notarsi però che se anche qualche bacillo può presentare un colore più o meno verdastro, questo non dipende mai dalla presenza di clorofilla. Questa sostanza manca assolutamente nei batteri, come pure nei Mixomiceti e nei Funghi. Mancando i cloroplastidi la nu- trizione dei batteri non si effettua come per le piante verdi, cioè essi non anno vita autoctona, ma per vivere debbono trovarsi in ambiente ove la sostanza organica è già formata. Fig. 3. Generalità sui Batteri. 1. Micrococchi. 2. Diplococchi, 3. Streptococchi, 4. Sarcine. 5. Forine di Boote- riunì, 6. di Bacillus, 7. di Pseudomonas, 8. di Spirillum. 9. Bacillus typhi, lu. B. anthracis mostrante struttura vacuolare e granulazioni pla- smatiche, 11. Bacilli in scissione. 12, Sporulazione dei batteri. 13. Ger- minazione delle spore, 14. Forma di zooglea su gelatina. 15. a h Diversi stadi di formazione di una zooglea di Leuconostoc (da Migula, Fischer, Zopf, v. Tieghem ed origin.). I batteri vengono da alcuni autori compresi nel gruppo delle Schizofite (Piante che si moltiplicano per divisione) ed avrebbero affinità con un gruppo di alghe inferiori {ScMzoficee) da cui opinereb- bero siano derivate per adattamento ad un modo di vita speciale che avrebbe condotto alla scomparsa della clorofilla. Nelle antiche classi- ficazioni i batteri venivano compresi nel gruppo dei funghi e detti perciò Sdii so m iceti (funghi che si dividono). La semplicità del loro sistema vegetativo e riproduttivo li fa ragionevolmente considerare come un tipo a se del gruppo delle Sporofite. I batteri presentano uno spiccato polimorfismo, cioè non sempre una determinata specie si presenta colla stessa forma, ma questa si può bene spesso variare col mutarsi delle condizioni di vita, cioè per GENERALITÀ SO BATTERI! temperatura, costituzione del substrato nutritivo, ecc. Data questa grande variabilità non è facile, colla semplice osservazione microsco- pica, giungere alla sicura determinazione di una specie di batterio, ma a questo non ci si riesce se non studiandone la biologia, il modo di sviluppo, le proprietà, ecc., ecc. Le principali forme di Schizomieeti si possono riportare ai seguenti tipi: Coccus, Bacillus, Bacterium, Clostridium, Spirillum, Spirochaete, Yibrio, Lcptotrix, Cladotrix. Le forme che appartengono al tipo del Coccus anno la cellula che costituisce il loro corpo isodiametrica, cioè a forma di una piccola sferulina: se tali corpiccioli sono distinti l'uno dall'altro allora si à la forma detta 2Iicrococcus (fig. 3 : 1), se invece sono riuniti due a due si à il Diplococcus (fig. 3: 2), se quattro a quattro Tetragoni*, se in numero maggiore formanti una colonia subcuboidea Sarcina (fig. 3: 3), se a catenella Si reptococcus (fig. 3 : 4), se in ammassi irregolari a forma di grappolo Staphylococcus. Tutte le altre forme ricordate sono allungate, cioè con diametro longitudinale superiore al trasversale: nel genere Bacterium la cellula è ovale o brevemente cilindrica col diametro longitudinale poco più lungo del trasversale (fig. 3 : 5), nel g. Bacillus si anno dei bastoncini cilindrici, dritti a diametro longitudinale notevolmente maggiore del trasversale (fig. 3 : 6), nel g. Clostridium cellule subfusiformi ad estre- mità più o meno acuminate, nel g. Yibrio bastoncini alquanto incur- vati, nel g. Spirillum (fig. 3: S) e Spirochaete corpiccioli cilindrici o filiformi fortemente ondulati o contorti a spirale, nel g. Lcptotrix fi- lamenti lunghi ed esili, nel genere Cladotrix filamenti adattati gli uni sugli altri simulanti ramificazioni. Il corpo di questi bacilli può essere immobile, oppure può essere dotato di movimenti speciali: a volte oscillano o si muovono in de- terminate direzioni, girano su se stessi più o meno rapidamente. Spes sissimo questi movimenti sono aiutati da speciali ciglia vibrabili che si possono trovare all'estremità od anche tutto attorno al corpo dei batteri (fig. 3: 7, S, 9). Moltiplicazione e riproduzione. Gli schizomieeti si moltiplicano per un processo semplicissimo di scissione o di divisione diretta. Il loro corpo può presentare verso la metà uno strozzamento clic diventa sempre più profondo finché i due pezzi si staccano e si formano così due individui (fig. 3: 11). Qualche volta anziché staccarsi rimangono uniti a due a due e per successiva suddivisione possono anche formale (bile catenelle più o meno lunghe costituite o da cocchi o da bastoncini. 68 I PARASSITI VEGETALI: II. BATTKUII Tale processo di moltiplicazione vegetativa è il più frequente ed avviene in generale sempre quando le condizioni di vita siano favo- revoli, cioè quando i batteri si trovano in un ambiente ricco di materie nutritive e ad una temperatura adeguata. Moltiplicandosi così rapi- damente in poco tempo vengono a formare col loro numero sterminato delle colonie sui mezzi nutritivi facilmente visibili ad occhio nudo. Quando le condizioni di vita si fanno invece più difficili o per la scarsezza del nutrimento o per l'influenza della temperatura o per i prodotti di secrezione da essi stessi espulsi nel mezzo in cui sono vissuti allora molte specie formano nel loro interno una o più spore distin- guibili come corpiccioli di forma determinata a seconda della specie, rifrangenti e dotati di parete piuttosto spessa. Queste spore (endospore) possono occupare la parte centrale del corpo del batterio o possono anche trovarsi verso una estremità; in questo caso si dicono anche acrospore. Vi sono batteri monospori ed altri polispori a seconda che si formano nel loro tallo una sola o più spore (fig. 3 : 12). Le spore molto più resistenti alle condizioni sfavorevoli di vita dei batteri stessi pos- sono rimanere molto tempo senza germinare : sopravvenendo condizioni opportune germinano e da esse si origina un nuovo batterio (tìg. 3: 13), Proprietà dei Batteri. Alcuni di questi organismi non possono assolutamente vivere se non si trovano in presenza dell'aria di cui utilizzano l'ossigeno libero: questi batteri vennero denominati dal Pasteur col nome di aeróbii, distinguendoli da un altro gruppo di bacilli detti anaerobii che non possono vivere in presenza di ossigeno libero, ma utilizzano l'ossigeno pur necessario ai loro x>rocessi vitali prendendolo da combinazioni. Il Bacterium aceti è, ad es., un bacillo aerobio, mentre il Bacillus butyricus è anaerobio. Elaborano i batteri dal substrato in cui vivono speciali sostanze ed altre ne segregano fra cui alcune che sono potenti veleni per gli organismi come le toxine che sono materie albuminoidi di varia costi- tuzione e molto complesse. Negli organismi animali morti durante i processi di putrefazione svolgono altri principi : le ptomaine, diverse dalle toxine, che sono sostanze azotate pure assai complesse. 1 batteri presentano un grado di resistenza notevole alle più diffi- cili condizioni di ambiente che farebbero soccombere qualunque altro organismo più elevato. Resistono a temperature elevatissime come a temperature bassissime senza perdere le loro proprietà vitali. Più dei corpi vegetativi sono resistenti le spore le quali in certe specie ven- nero assoggettate anche a temperature di — 110° e fino a — 270° senza che avessero sopportato alcun danno. Così dicasi per l'elevate GENERALITÀ SUI BATTERII 69 temperature: le spore del bacillo del Carboncino (Bacillus anthracis) sop- portano per dieci minuti una temperatura di 95°, umida, a tempera tura secca cresce la loro resistenza fino a + 123° C. I batteri in generale nel periodo di moltiplicazione vegetativa non sopportano temperature superiori ai 70° + 75° C: è da notarsi che l'umidità abbassa notevolmente il loro grado di resistenza alle tem- perature elevate. U optimum di temperatura varia per i diversi bacilli e si aggira tra i + 20° ed i + 35° circa. La luce agisce sfavorevolmente sui batteri, ne impedisce lo sviluppo ed à un'azione sterilizzante. Così certe so- stanze anno la proprietà anche in soluzioni molto diluite di distrug- gerli. Fra i migliori antisettici abbiamo il sublimato corrosivo di pronta azione anche in soluzione all'I per mille, l'acido fenico al 3-5 °/ , ecc. ecc. I bacilli a seconda della loro proprietà o dell'azione che eserci- tano sul mezzo in cui vivono si possono distinguere in: 1. Batteri zimogeni quelli capaci di determinare speciali fermentazioni (Es. Bacillus aceti, B. butyricus, ecc.). 2. Batteri saprogeni che determinano putrefazione delle sostanze organiche (Es. Bacterium Termo). 3. Batteri patogeni che danno luogo a delle malattie negli animali o nelle piante, esercitando nei tessuti o nelle cellule un'azione chimica o meccanica o biologica (Es. Bacillus anthracis, B. oleae, ecc.). 4. Batteri cromogeni quelli provvisti di un pigmento co- lorante e formanti quindi delle colonie di determinato colore (Es. Mi- crococcus prodigiosus). 5. Batteri fotogeni capaci di produrre emanazioni luminose (Micrococcus phosphorescens). 6. Batteri tiogeni viventi nelle acque solforose che possono scomporre incorporando dello zolfo (Beggiatoa alba, ecc.). Diffusione dei Batteri. Gli schizomiceti comprendono circa un mi- gliaio di specie diffuse in tutte le parti del mondo. Data la loro rapida moltiplicazione, la loro piccolezza, il facile adattamento anche alle condizioni più difficili di vita è naturale che si trovino diffusi in ogni mezzo, in ogni ambiente; nell' aria, nelle acque, nel terreno se ne trovano quantità grandissime e specialmente sovrabbondano ove vi sia gran ricchezza di principi organici nei quali trovano condizioni favorevolissime di vita. I Batteri parassiti delle piante. Non sono che poche dei ine di anni da che si è potuto accertare che anche nei tessuti vegetali i 70 I PARASSITI VEGETALI: II. BATTERII batteri possono svilupparsi determinando delle speeiali malattie come negli organismi animali. Da prima i più erano contrari all'idea che i batteri potessero vivere nei tessuti vegetali e fossero capaci di de- terminarvi alterazioni: di questa opinione erano pure eminenti scienziati come PflììGtER e De Baby dominati pur essi da preconcetti che fecero ritardare notevolmente i progressi della Batteriologia in riguardo alle malattie delle piante. Si credeva cioè che la reazione acida dei .succhi vegetali fosse sfavorevole allo sviluppo dei batteri e così anche la bassa temperatura dei vegetali ne fosse un ostacolo. Il De Bary più tardi constatò bensì la presenza di bacilli in vegetali in decomposizione, ma fu sempre restìo a considerarli come forme patogene, interpretando la loro presenza come un epifenomeno od uno sviluppo post mortem. Più tardi essendosi riscontrati con sicurezza batteri nei tessuti vegetali si venne nel sospetto che questi vi si trovassero normalmente anche nelle piante sane. Ricerche di Fernbach (1) poi di Laurent, Duclaux, Buchner e molti altri riuscirono a provare all'evidenza che i « tessuti normali delle piante sono privi di batteri », quindi la loro presenza doveva interpretarsi come dovuta ad introduzione dal difuori e si dovevano quindi considerare come veri e propri parassiti. Si provò allora ad inoculare diverse specie di bacilli nei tessuti vegetali di piante succose {Pelargoninm, Begonia, ecc.) e si vide che per es., il Bacillus fluorescens, il B. acidi lactici, il B. butyrieus riusci- vano perfettamente a svilupparsi dimostrando così che la reazione acida dei tessuti e la bassa temperatura dei vegetali non ostacolavano il loro sviluppo. Nel 1892 Migula (2) ammetteva che solo alcuni ba- cilli potevano ritenersi come veri parassiti delle piante benché la loro presenza fosse frequente nei tessuti vegetali alterati da altre cause, ricerche posteriori di Sorauer, Smith, Bolley, ecc., elevarono no- tevolmente il numero delle malattie batteriche delle piante. In gene- rale i batteri riescono a penetrare meno facilmente nei tessuti vegetali che in quelli animali, in questi esseri vi sono troppe vie aperte che ne agevolano l'introduzione mentre la penetrazione nelle piante av- viene solo quando vi siano piccole lesioni anche superficiali, ma tanto da mettere in comunicazione coli' ambiente esterno i tessuti interni meno resistenti alla penetrazione dei microorganismi. Questi per la secrezione di speciali principi diastasici sono capaci di produrre fer- (1) Centralbl. f. Bakter., 1888, pag. 713. (2) Migula, Kriiisch. iibcrs. derjen. Pflanzenlr. , ivelche angebìieh durch Baìcterien verurs. icerden, Semarang, 1892. CLASSIFICAZIONE DEI BATTERI PARASSITI 71 mentazione e decomposizione delle membrane cellulosiche, penetrando così nelle cellule più interne ed anche distruggendole, formando talora fra i tessuti delle lacune nelle quali spesso si costituiscono delle zooglee di batteri. L'azione patogena dei batteri nei vegetali può consistere o in ef- fetti meccanici determinati dallo sviluppo di colonie nei vasi o nei tubi cribrosi in modo da impedire la circolazione dei sacelli nutritivi producendo fenomeni di emboli o trombosi come avviene in una malattia delle cucurbitaeee, oppure possono determinare alterazioni chi- miche cioè segregando toxine che uccidono il protoplasma od infine determinano processi istolitici o metamorfici come è il caso più fre- quente e per cui si hanno cancrene, disgregazioni di tessuti, produzioni anormali di gomme, resine, ecc., elaborate dai microorganismi patogeni. Notevole il fatto che i tessuti ammalati anziché reazione acida danno una reazione spiccatamente alcalina ; il che prova che i bacilli patogeni anno la proprietà di cambiare la natura chimica dei succhi vegetali. La classificazione degli schizomiceti parassiti dei vegetali dal punto di vista morfologico non è facile dato il loro frequente polimorfismo, quindi per facilitare la ricerca delle malattie prodotte da questi mi- croorganismi seguiremo un metodo meno scientifico, ma più pratico prendendo come punto di partenza per la loro classificazione gli eflètti che essi determinano sugli organi dei vegetali. Non terremo conto delle malattie batteriche di minore importanza né di quelle prodotte su piante esotiche o su quelle spontanee non essendo nell'indole del presente trattato. Classificazione dei principali batteri parassiti delle piante coltivate. I. Batteri producenti effetti ipertrofici (Batterio cecidi). A. Viventi su organi aerei (rami). 1. Bacillus Oleae (Arc.) Trbv. (Rogna, tubercolosi dell'olivo). 2. Bacillus ampelopsorae, Trev. (Tubercolosi della vite). 3. Bacillus Pini Vuillem. (Tubercolosi del pino). 4. Bacillus Populi, Brizi (Neoplasie del pioppo). 5. Clostridium Persicaetuberculosis, Cavara (Tub. del pesco). B. Viventi su organi sotterranei (tuberi, radici). 6. Bacterium Solarti, Bolley (Tubercolosi delle patate). 7. [Rhizobium Leguminosa!' uni, Frank] (Tubercoli radic. delle leguminose). 72 I PARASSITI VEGETALI : II. BATTERII II. Batteri producenti cancrene, necrosi di tessuti. A. Viventi sa organi aerei. a) Sui fusti, rami, ecc. 8. Bacillus vitivorus, Baccar. (Mal nero della vite). 9. Bacterium Fici, Cav. (Batteriosi del fico). 10. Bacillus caulivorus, Prill. e Delacr. (Cancrena dei fusti di patata). 11. Bacillus traclieipMlus, Smith (Batteriosi delle cucurbitacee). 12. Bacillus Sorghi, Burril (Bruciatura del sorgo). 13. Bacillus vaseularum (Cobb) Migula (Gommosi della canna da zucchero). b) Sulle foglie. 14. Bacillus Gubonianus, Macch. (Batteriosi del gelso). 15. Bacillus Trifola, Vogl. (Batteriosi del trifoglio). 16. Bacillus Apii (Brizi) Migula (Bacteriosi del sedano). 17. Bacillus sp.f (Mosaico del tabacco). e) Su fiori o frutti. 18. Bacillus sp. (Bacteriosi del pomidoro). 19. Bacillus Uvae, Cugini e Macch. (Batteriosi dei grappoli dell'uva). 20. Bacillus Phaseoli, Smith (Batteriosi del fagiolo). B. Viventi su organi sotterranei. 21. Bacillus Betae, Migula (Bacteriosi delle radici di bietola). 22. Bacillus Oryzae, Vogl. (Marciume radicale del riso). 23. Micrococcus sp., Vogl. (Batteriosi delle fragole). C. Viventi tanto su organi aerei che sotterranei. 24. Pseudomonas campestris, Smith (Batteriosi delle Crocifere). III. Batteri producenti effetti metamorfici (Secrezioni particolari, fermentazioni, ecc.). A. Viventi su organi aerei. a) Su fusti, rami, ecc. 25. Bacterium gummis, Comes (Gommosi). 26. Bacillus amylovorus (Burril) De Toni (Necrosi dei rami del pero). I BATTERIOCECIDI 73 [8] (Bacillus vitivorus, Baccar.) (Mal nero della vite). 27. Leuconostoc Lagerlieimii, Ludwig- (Mucosità bianca degli alberi). 28. Micrococeus dendroporthos, Ludwig (Mucosità bruna degli alberi). b) Su semi, frutti, ecc. 29. Micrococeus Tritici, Prill. (Arrossamento delle cariossidi). B. Viventi su organi sotterranei (tuberi, bulbi, ecc.). 30. Bacillus amylobacter, v. Tiegh. (Cancrena delle patate). 31. Bacillus solaniperda, Kramer-Migula (Cancrena delle patate). 32. Bacillus Hyacinthi-septicus, Heinz. (Morbo bianco delle cipolle). 33. Pseudomonas Hyacinthi, Smith (Morbo giallo dei giacinti). 1. — I BATTERIOCECIDI. Le alterazioni causate dagli schizomiceti di questo gruppo con- sistono in ipertrofie a forma di galle o cecidi che si svolgono sugli organi in accrescimento delle piante. Secondo il Vuillemin (1) per effetto della penetrazione di un determinato bacillo nei tessuti di una adatta pianta ospite ed in seguito all'azione del bacillo stesso ed agli scambi nutritivi che si effettuano tra i bacilli e le cellule si produ- cono nei tessuti dei fusti delle iperplasie più o meno considerevoli. La genesi di un batteriocecide può avvenire secondo l'A. in due modi: 1.° gli elementi soggetti all'influenza del bacillo possono in seguito allo stimolo esercitato da questo presentare un eccesso di attività, dividendosi attivamente e dando quindi luogo ad una produzione pato- logica che si può chiamare per eccesso. Questo caso si verificherebbe per es. nella Tuberculosi del pino di Aleppo (Bacillus Pini, Vrn. lemin); 2.° gli elementi sotto l'influenza del bacillo possono invece alterarsi o degenerare e disgregandosi lasciano al loro posto lacune più o meno evidenti. I tessuti vicini sono poi la sede di una iperplasia, ma questi nuovi tessuti che si formano sono più o meno alterati; gli elementi liberiani, i vasi, sono gonfiati, rammolliti e poi distrutti dal batterio. Questo modo di origine di un batteriocecido sarebbe mani festo nel caso della Rogna dell'ulivo (Bacillus oleae, Trev.) i cui tu- (1) P. Vuillemin, Sur la génese des tumeurs baetériennes des végétaux (Bull, d. Séances de la Soc. d. Se. de Nancy, 1889, n. 1, pag. 7). 74 I PARASSITI VEGETALI: II. BATTERII bercoli allo stato adulto si presentano nell'interno più o meno lacunari ed avrebbero quindi origine per difetto, cioè sostituendosi tessuti nuovi ipertrofizzati a quelli andati distrutti dall'azione diretta del microorganismo. Le conseguenze di queste produzioni ipertrofiche sono dannose quando si svolgono negli organi aerei, causando un indebolimento sensibile della vegetazione e della produttività, sulle radici di certe piante (Leguminose) invece si osservano tubercoli radicali prodotti da speciali batteri che riescono vantaggiosissimi alle piante stesse avendo la capacità di fissare l'azoto libero dall'atmosfera e creando così com- posti azotati che la pianta ospite utilizza nei suoi processi di vege- tazione. Recentemente vennero osservati bacilli anche in certi tubercoli radicali della Datisca cannabina L. (Passiflorine) la cui azione non pare patogena e che forse potrebbe essere affine a quelli delle Legu- minose (1). Riservandoci di parlare in ultimo brevissimamente dei Batteriocecidi utili, accenneremo ora a quelli nocivi che si sviluppano su alcune delle nostre più importanti piante coltivate, con conseguenze alle volte non lievi. 4i. BACILLCJS OLEAE (Arcano.), Trevis. N. Udì. Rogna o Tubercolosi dell'ulivo e dell'oleandro, Chiodo del- l'ulivo, ecc. N. stran. Maladie de la Loupe, Gale, Bai-feri enknoten des olbaum'es, Krebsknoten, ecc. Generalità. La malattia è frequentissima in tutte le regioni ove si coltiva l'ulivo, in Italia come in Francia. Tutte le parti della pianta ne possono venir attaccate, ma in special modo i giovani rami, meno frequentemente le gemme, le foglie, le radici, rarissimamente i fiori ed i frutti. L'Arcangeli scoprì per primo il bacillo nei tubercoli dell'ulivo e venne da lui denominato Bacterium Oleae. Il Trevisan lo riportò quindi al g. Bacillus. Da prima questo organismo non venne considerato come patogeno: gli studi di Comes, di Prillietjx e spe- cialmente le ricerche accurate e le esperienze di Say astano (2) sve- (1) Cfr. Trotter, Intorno a tubercoli radicali di Datisca cannabina L. (Bull. Soc. Bot. Ital., 1902, pag\ 50); L. Montemaktini, Sui tubercoli radicali della Datisca cannabina L. (Atti della Accad. d. Lincei, ser. V, voi. XVI, 1.° seni., fase. II, 1906, pag. 144). (2) L. Savastano, Tubercolosi, iperplasie e tumori dell'ulivo. I-II Memoria (Ann. della R. Scuola di Agr. di Portici, 1887). — Id., Il bacillo della tuber- colosi delVulivo (Rend. dell'Acc. dei Lincei, voi. V, 2.° seni., fase. 3). — Id., Les maladies de V Olivier et la tubercnlose en particulier (Paris, 1886), ecc. BACILLUS OLEAE TREV. IO larono chiaramente la natura batterica della malattia. Recentemente è stata riscontrata la stessa malattia e prodotta dalla medesima causa sui rami e sulle foglie del Nerium Oleander dal Peglion (1) nel Niz- zardo e dallo Smith (2) nell'America del Nord. Caratteri esterni della ma- lattia. Sopra i rami giovani si manifestano tumori, da prima piccoli, verdi, lisci superficial- mente, di non grande consi- stenza, in seguito grossi come una nocciuola od una noce o talora anche più, duri, legnosi, irregolari alla superficie ed ivi con anfrattuosita o screpolature spesso molto profonde, di color bruno più o meno intenso (fi- gura 4 : 1-3). Tali tubercoli sono disposti isolatamente ad una certa di- stanza l'un dall'altro od anche avvicinati, ma raramente con- fluenti ed occupanti talora per buon tratto i rami, i quali in seguito a detta alterazione si manifestano indeboliti, impro- duttivi e finiscono per dissec- care, specialmente durante l'inverno. Si à quindi come conse- guenza generale un rallenta- mento nella vegetazione, uno scarso allegamento dei fiori ed una incompleta maturazione dei frutti. I danni che si producono quando le piante siano fortemente colpite dalle Fig. 4. Tubercolosi delVulivo. 1. Giovane rametto di ulivo colla malattia, _. Tubercolo su ramo più vecchio, 3. Tubercoli su radici. 4. Si srione attraverso un giovane tubercolo con lacune piene di zooglee di Bacillu* oleae (originale). (1) V. Peglion, La rogna o tubercolosi del Nerium oleander (Rend. 1J. A.cc. dei Lincei, Roma, 1905, voi. XIV, p. 462-463). (2) Smith, A bacterial disease of oleander: Bacillus oleae (Arc.) Tki:v. (Botanical Gazette, t. XLII, 1906, p. 301-310). 76 I PARASSITI VEGETALI : II. BATTERII formazioni rognose possono anche essere quindi abbastanza conside- revoli. Anatomia patologica e caratteri del parassita. Sezionando un gio- vanissimo tumore si vede che è formato da una massa di cellule di forma varia, alcune con parete maggiormente ispessita. Qua e là si possono notare delle piccole lacune formate dalla distruzione di alcune pareti cellulari; tali cavità sono occupate da zooglee di bacilli (fig. 4 : 4). Sezionando i tubercoli più vecchi si vede che si sono formati nell'in- terno in modo irregolare dei tessuti legnosi, dei noduli di elementi lignificati a parete molto ispessita e qua e là degli strati suberosi che verso la periferia ed in prossimità delle grandi lacune si vanno disgregando. Qua e là, specialmente nelle vicinanze delle piccole lacune, si osservano cellule contenenti numerosissimi bacilli. Questi presentano una forma allungata, cilindrico-arrotondata e all'estremità misurano, secondo il Schiff (1) p- 1,5—4,5 = 0,8. Il bacillo è aerobio, è dotato di un movimento proprio, si trova generalmente isolato, ma in coltura può anche formare delle corte catenelle. Si colora agevolmente coi colori di anilina. Per ottenere buone preparazioni si può ricorrere al metodo della doppia colorazione nel seguente modo. Si collocano le sottili sezioni fatte attraverso un tubercolo, preferibilmente adoperando materiale fissato in alcool, in una soluzione di violetto di genziana o violetto di metile, dopo che le sezioni si sono ben imbevute di colore si passano in alcool a 90° contenente qualche goccia di solu- zione potassica e vi si lasciano almeno per 48 ore: i tessuti così perdono la colorazione violetta acquistata, mentre il colore resta fis- sato ai batteri che spiccano così distintamente. Volendo far spiccare anche il tessuto sottostante, per montare la preparazione in balsamo o in resina Dammar si riportano le sezioni in soluzioni di verde jodio, verde metile, ecc. quindi si segue il metodo ordinario per fare un preparato duraturo (2). Il bacillo isolato dal Savastano si coltiva facilmente nella gelatina e nell'agar-agar producendo colonie rotonde trauslucido-paglierine. Nei mesi d'estate il bacillo è capace di fondere la gelatina, mentre nell'inverno e nella primavera ciò non avviene. La temperatura ottima per lo svi- luppo del Bacillus Oleae varia fra 32-38°. Lo Schiff à potuto ottenere (1) Schiff R., Bakteriologische untersuch. iiber Bacillus oleae (Arc). (Cen- trali), f. Bakter. und Parass., II, Bd. 12, 1904, p. 217). (2) Voglino P., La rogna dell' ulivo, Torino, 1892. — Id., Patologia Vege- tale (N. Encicl. Agr. Ital., Torino, p. 46). BACILLUS OLEAE TREV. 77 in colture di bacilli a 37 l la formazione delle spore che pare non si t'ormino in natura nei tubercoli: tali spore misurerebbero n- 1,5 = 1. Secondo recenti studi però le forme di bacilli isolate e descritte da Savastano e da Schiff-Giorgini non corrisponderebbero ai veri agenti patogeni della tubercolosi dell'ulivo. Sull'identità del micro- organismo della rogna sono stati fatti nel 1905 studi per opera di E. F. Smith (1) e nel 1907 di L. Petri (2) i quali proverebbero esau- rientemente che i bacilli osservati dai diversi autori che li isolarono e studiarono non sono identici. Intanto la forma descritta dal Sava- stano corrisponde in gran parte aìYAscobacterium luteum Babés clic non è l'organismo produttore delle iperplasie, ma che si trova fre- quentemente consociato al vero bacillo patogeno al quale solo si deve la produzione delle alterazioni già ottenute dal Savastano mediante inoculazione di colture del bacillo da lui osservato, evidentemente im- pure. IP A. luteum produce colonie bianche poi gialle, fonde lentamente la gelatina e non forma spore. Venne pure dal Peglion constatato nella tubercolosi dell'oleandro di cui però neppure è la causa. Anche il Baciìlus Oleae descritto da Schiff non è il vero agente patogeno : esso produce colonie bianche, fonde la gelatina e sporifica. La vera specie tubercoligena secondo Petri è quella isolata da E. Smith che è formata da bastoncelli mobili, con molte ciglia alle estremità, non riuniti in filamenti, non fondenti la gelatina ne producenti spore. Petri esperimentando con queste tre specie di bacilli che isolò accuratamente potè solo ottenere la riproduzione della malattia ino- culando la forma dello Smith. Il Savastano è riuscito per primo a riprodurre la malattia in ulivi perfettamente sani inoculando nei rami un po' di liquido in cui aveva sciolto culture del microorganismo. Si formano così colonie presso la zona cambiale, attorno ad esse si produce poco a poco una iperplasia che aumenta coll'aumentare delle colonie. I tumori nascono in primavera, il loro sviluppo si arresta nell'estate per riprendersi poi durante l'au- tunno. È stato constatato che il bacillo non penetra nei tessuti del ramo se non vi è qualche piccola ferita o lesione superficiale che ut' agevoli l'ingressso, non essendo capace direttamente di perforare la cuticola o le pareti suberose del tessuto tegumentale. Secondo Sciiiff- (1) Smith E., Some observations on the biology of the olive-tubercle organi*m (Centralo, f. Bakteriol. Abth. II, Bd. XV, 1905; pag. 198-200). (2) Petri L., Untersuchungen iiber die Mentitili des Kotzbacillus dea Oel- baumes (Centralbl. f. Bakter., II, Bd. XIX, 1907; pag. 531-538). 78 I PARASSITI VEGETALI : II. BATTERII Gioegini (1) il bacillo da lui isolato sarebbe capace di segregare atnilasi che agisce sull'amido contenuto nei rami della pianta onde riesce singo- larmente dannoso. L'organo colpito cerca di limitarne la diffusione colla formazione di sughero e di trilli, inoltre pare che le cellule vive dei tes- suti che si trovano ad una certa distanza dai centri di infezione conten- gano sostanze capaci di esercitare azione quasi tossica sul bacillo. Cause che favoriscono lo sviluppo della malattia. Il Sav astano le distingue in due gruppi: 1.° Cause occasionali, dipendenti dall'am- biente esterno; 2.° Cause costituzionali dipendenti dalla natura delle piante. Le cause occasionali vengono divise in: esterne, meteoriche, trau- matiche. Fra le prime egli considera la fertilità del suolo, la troppa irrorazione e la soverchia concimazione, quali condizioni che possono favorire lo sviluppo di tessuti troppo ricchi di succhi e meno resi- stenti, perciò più facilmente abitati e danneggiati dal parassita; fra le cause meteoriche il gelo, l'umidità e la grandine, che possono pro- durre screpolature, intaccature alla superficie dei rami o creare nel- l'ambiente condizioni favorevoli allo sviluppo del bacillo; fra le trau- matiche sono a considerarsi i tagli abbondanti, le ferite operate sulle piante nella pratica riprovevole e pur in tanti siti usata di raccogliere le ulive colle pertiche, le lesioni determinate dagli animali, ecc., ecc. che agevolano l'ingresso del parassita, il quale come si sa non rie- scirebbe a penetrare senza che trovi una qualche piccola soluzione di continuità nei tessuti esterni. Considera poi come cause costituzionali la naturale predisposizione che anno certe varietà di ulivi all'attacco del batterio. Le varietà più gentili e quindi migliori per prodotto ed anche più abbondanti di frutto sono le più deboli, le più attaccate, le varietà che si avvi- cinano di più al tipo selvatico sono più rustiche, più resistenti. Xegli ulivi coltivati la Eogna è frequente nella proporzione di 50 piante su 100, mentre nei selvatici la percentuale arriva appena all'I per 100. Le varietà più deboli secondo il Savastano sarebbero le seguenti: in Calabria: l'Amara, l'Acinina, la Eitunnella; nel Barese: la Baresana e Cellina; nel Leccese: la Cornolara e la Pasola; in Toscana: la Correggiola ed il Gentile. (1) Schiff-Gtorgini, in Centr. f. Bakter. Paras. u. Infektionskrankh., 1905, XV, pag. 200-211). BACILLUS OLEAE TKEV. 79 Mezzi (li difesa, a) Cure preventive. Sono da preferirsi non essendo cosa facile quando la malattia si sia sviluppata il poterla combattere. Queste consistono in adatti metodi colturali ed in speciali misure profilattiche da seguirsi rigorosamente nei piantamenti, nel raccolto, nelle operazioni di potatura. Anzitutto nel fare degli allevamenti «li ulivi bisogna prelevare le talee da piante sanissime, meglio poi se si possono ottenere le piante da seme. Xel fare i piantamenti in sito. le piantine debbono essere collocate a distanza, considerando che quando esse abbiano raggiunto il loro massimo sviluppo non abbiano a toc- carsi colle fronde in modo tale da intercettare la luce e da impedire la libera circolazione dell'aria, condizioni queste sempre favorevoli allo sviluppo dei batteri. Si deve applicare alle piante una potatura moderata, avvertendo di adoperare sempre dei ferri ben puliti, uè imbrattati di terra, coll'avvertenza quando cogli stessi ferri si siano amputati rami rognosi di passarli, prima di tagliare le parti sane, su una fiamma o di immergerli in una soluzione di solfato ferroso per disinfettarli. Abolire la pessima usanza di percuotere gli ulivi colle pertiche nella raccolta dei frutti. Gli ulivi nati da seme si possono innestare con varietà più resistenti, ad es., il Maremmano ed il Leccino. b) Mezzi curativi. I metodi di guarigione non anno semine buoni risultati quando la malattia sia già molto avanzata, sono però efficaci quando si usino tosto all'inizio della malattia. I rami tubercolosi piccoli debbono essere asportati via fino alla parte sana: i tumori rognosi sviluppati sui rami più grossi e che sono ancora vigorosi si debbono asportare con un coltello assai tagliente: la ferita così determinata dev'essere però tosto lavata con una sostanza antisettica, p. es., con solfato ferroso al 50 °/ oppure con acido fenico al 5-6 °/ , quindi si dovrà intonacare per metterla al riparo dalle influenze esterne con un qualche mastice, con cera, pece, catrame, ecc. Sono stati proposti alcuni mastici speciali a base di sterco vaccino, per es., l'unguento di Saint-Fiacre formato da un terzo di sterco vaccino e due terzi di argilla pura più urina e sale e l'unguento Forsytto così composto: Gesso . Kg. 0,50 Cenere di legna » 0,50 Sabbia silicea » 0,60 Sterco di vacca » 1,00 Queste miscele offrono però l'inconveniente oltre di essere niente affatto antisettiche di screpolarsi facilmente colla siccità e «li scio- gliersi colle pioggie: quindi serve molto meglio il catrame, oppure si può applicare sulla ferita come si usa in alcune località della Francia I PARASSITI VEGETALI: II. BATTERI! un pezzo «li foglio di stagnola che si lega per bene eon spago o filo di ferro attorno al ramo, avendo poi cura di levarlo quando la ferita 8i saia rimarginata. Buoni mastici sono i seguenti: I. Mastice a caldo (Formula Cavazza): Cera vergine gr. 500 Vasellina » 500 Sego » 50 In un piccolo recipiente si tanno sciogliere a caldo la cera vergine e la vasellina poi si aggiunge il sego: il recipiente dev'essere tenuto a bagno maria alla temperatura di 50°-G0° per fare l'applicazione sulle ferite del mastice mediante un pennello. II. Mastice a freddo: Cera gialla . gr. 500 Terebentina vischiosa » 500 Pece bianca . » 250 Sego . . » 100 Fondere il tutto a fuoco lento, rimescolare e versare nell'acqua fredda: si imitasti eliminando l'acqua e si applichi il mastice riscal- dandolo leggermente fra le dita se troppo compatto. 'l'ali miscele sono perfettamente asettiche, aderiscono molto bene e non vengono asportate dagli agenti meteorici. 5 2. P. AC I PLUS AMPELOPSORAE, Trevisan. \. Ital. Rogna o Tubercolosi della Vite, Ipotiposi, Roviglione. \ . stran. Broussins, Exostoses, Fongosités, Rande, Kreps, Grimi, l'iih i rl:ula dell'amido, imbevuto di tannino. Secondo il Bacoarini l'opinion. ■ più probabile è quella del Coppola: queste materie ulmi che accumulate negli elementi del parenchima legnoso sarebbero ac compagnate e precedute dalla diffusione di materie tanniche dal succo llulare degli elementi uccisi in quelli circostanti. Nei meati inter- cellulari, nei vasi, nelle cellule della zona cambiale si trova poi una abbondante mucilaggine l'ormata dalla disorganizzazione del plasma, dell'amido e delle pareti cellulari. Tale mucilaggine contiene tannino e albuminoidi, appare al microscopio finamente granulosa '. Comi 3, Recenti studi sul Mal nero o gommosi della vite (Atti del Regio l-ii!. di incoraggiamento di Napoli, serie 4. a , voi. VII, n. 9, 1894). BACILLUS VITIVORUS BACO. 93 per la presenza di una quantità enorme di microrganismi, bell'in- terno dei grossi vasi si nota uno sviluppo anormale di tilli che ostrui- scono la cavità stessa. Eziologia. Intorno alla natura di questa malattia ed alle proba- bili cause, prima delle ricerche del Baccarini si ebbero le idee più diverse e si diedero le spiegazioni più disparate benché già alcuno dei primi autori avesse segnalato la presenza di batteri senza però attribuir loro la causa della malattia. Le prime osservazioni fatte con criterio scientifico atte ad inda- gare l'origine della malattia vennero eseguite nel laboratorio Critto- gamico di Pavia dai Proff. Garovaglto e Cattaneo nel 1878 (1) e por- tarono alla scoperta della mucilaggine riempiente la cavità dei vasi, di vescichette del diam. di p- 30 che erano poi i tilli e di batteri copiosamente sviluppati nella mucilaggine stessa. Gli autori però non soffermano affatto la loro attenzione su questi microrganismi che con- siderano come saprofiti e concludono che la malattia non è di natura parassitaria né prodotta da soverchia umidità, ma dipendente proba- bilmente da alterazione nel processo di nutrizione. Il Cugini più tardi (1881) pur ammettendo le conclusioni di Garovaglio e Cattaneo è di opinione che la malattia in certi casi possa anche originarsi paras- siticamente e ne attribuisce la causa a due funghi la Sphaeropsìs PecTciana Thùm. ed al Phoma vitto Bon. (2). Il Pirotta (1882) du- bita pure che la malattia sia parassitaria e ammette come causa pro- babile lo sviluppo di certe rizomorfe che aveva osservato su radici di vite affette dal mal nero. Il Comes crede ad una degenerazione gommosa per malsanie radicale; identifica la malattia a molte altre alterazioni (Clorosi, Antracnosi, marciume, gommosi della vite e di altre piante legnose) che avrebbero la stessa origine cioè umidità del suolo, sbalzi di temperatura subitanei e forti (3), Viala (1893) com- prende la malattia in quelle non di natura parassitaria ed espone il dubbio che possa avere analogia colla Brunissure e col mal della California. Pierce riconfermerebbe l'analogia del mal nero col mal della California, Harttg- la crede una conseguenza del marciume radicale, Pollacci pensa ad azioni traumatiche dovute ad un insetto... (1) S. G-arovaglio ed A. Cattaneo, Studi sulle (laminanti malattie dei vi- tigni, Milano, 1878. (2) Cugini, Eicerche sul Mal nero della vite, Bologna, 1881. (3) Comes, Il Mal nero o la (/orninosi nella, vite ed in qualsiasi altra pianta legnosa (Atti del R. Istit. di incoragg. alle Se. Nat., ecc., Napoli, 1887). 1 PARASSITI VEGETALI! II. BATTERII , e ., \,,i.' una quantità di cause sono state invocate senza dar nel segno. Il Baccaeinj (1) nel 1893 dimostrava la costante presenza dei bacilli osservati da Gaeovaglio e Cattaneo nella mucilaggine dei vasi e oei tilli (fig. 7:1. Egli isolò e coltivò il bacillo in linfa gelatinizzata <• ut-i mosto »li vino -.-latinizzato ottenendo delle colture pure del mi- crorganismo che egli battezzò Bacillus vitivorus. 11 batterio e mobile, cilindrico con estremità arrotondate, misura l.;, - o.:». si colora facilmente coi colori di anilina, è capace di fondere la gelatina colorandola in bruno. Il Macchiati (2) in ulte- riori studi tatti sulla biologia «lei bacillo che egli denomina Bacillus Baccarinii dedicandolo all'egregio scopritore, ne chiarisce le proprietà, il cirlo biologico e dimostra che la temperatura ottima cui si sviluppa tra i 4- 23 e i + 25 centig., la temperatura minima scende ai + 9, la massima sale lino a + 40. Il bacillo sarebbe specie anaerobica. Il E$A< i akim riuscì a riprodurre la malattia coll'inoculazione del bacillo. l.a malattia si propagherebbe attraverso le ferite aperte colla pota- tura per le quali il bacillo riesce a penetrare nel legno e a diffon- dersi dall'alto in basso. Anclic Peillieux e Delacroix (3) riconoscono gli stessi bacilli nella -liminosi bacillare da loro studiata che identificano al mal nero, all'.l ni» i -iitii/r estendendone la causa alla Dartrose, alla Gélivure ed al Roncet. Ravaz (4) descrivendo la malattia della vite dell'Isola d'Oléroo dimostra che e di natura batterica e riscontra pure i batteri nei vasi benché la creda diversa dal mal nero, cosa che in realtà Don e poiché dalle figure e dalla descrizione risulta identica. Comes trova pure nei vasi delle viti aft ette dal mal nero il bacillo che iden- tiliea al su.» BacUlus nummi* benché non sia propenso ad attribuirgli un'azione parassitaria credendo la malattia dovuta a sbalzi di tem- peratura. SOEAUEB (5) trattando della gommosi bacillare e del Roncet din- che queste malattie si presentano con caratteri molto simili al Baci irini, 1. e. u m vii. Ueb. il. Biologie dee Bacillus Baccarinii Macch. (Centralini. Parasit. and Inf.kt. Zweit. Abth., IV Band, 1898, p. 332). \ « i Delacroix, La gommose bacillaire des vignes (Ann. de l'In- . XIV, 1895). '//' maladie bactenenne u!l><> di giacinto amma- lato. 2. Dna squama dello stesso. :t. Foglia alterata. 4. Pseudomona» Hyacinthi; a. da bulbi, b. da coltine (da E. F. SMITH). 116 I PARASSITI VEGETALI : II. BATTERII si scorgono molte macchioline gialle che corrispondono alle striature le quali poi rappresentano i fasci libro-vascolari pieni di ima sostanza mucilagginosa gialla che sgorga alla superfìcie di sezione (li g. 11: 1-2). Più tardi il bulbo si rammollisce e si putrefa. Caratteri interni ed eziologia. Le regioni anatomiche ove si ma- nifesta l'alterazione sì nelle foglie, come negli steli fiorali, come nelle tuniche del bulbo, corrispondono ai fasci fibro-vascolari: nei vasi si trova una quantità grande di mucilaggine gialla che ne riempie il lume e che invade poi i tessuti vicini per la corrosione operata dai microorganismi che in numero sterminato si trovano nella mucilaggine. 11 Wakker (1) che studiò la malattia in Olanda negli anni 1883-1888 scoprì per primo il batterio causa dell'alterazione che egli denominò Ba- ciììus Hyacinthi. Presenta la forma di piccoli bastoncini colle estremità arrotondate e misura da v-. 2,5 = 0,5 — 1. Secondo Wakker il batterio sarebbe immobile nella mucilaggine, ma presenterebbe uno speciale movimento facendo passare nella preparazione del bacillo vivo una soluzione al 0,75 °/ di cloruro di sodio. La sua azione consisterebbe nel produrre corrosioni cellulari e sviluppo della caratteristica mucil- laggine giallognola. Lo Smith nel 1901 (2) à completato gli studi del Wakker illu- strando con nuove esperienze e ricerche i caratteri del parassita e le sue proprietà parassitarie. Prove di infezione col bacillo di Wakker sono perfettamente riuscite riproducendo la malattia con tutti i suoi caratteri. Secondo le osservazioni dello Smith il bacillo nelle giovani colture presenta ad una delle estremità arrotondate un ciglio abbastanza lungo per mezzo del quale compie speciali movimenti (fig. 11: 1). Asso- miglia per forma allo Pseudomonas campestris e Ps. phaseoli pur studiati dallo stesso autore che comprende nel medesimo genere pure la pre- sente specie per i caratteri ricordati. Forma delle piccole colonie, nei mezzi di coltura solidi, rotondeggianti e di color giallo, in vecchie colture ricche di zucchero i bacilli possono allungarsi in filamenti lunghi fino a n. 50 — 100. La malattia si trasmette facilmente per contatto ed è eminente- mente contagiosa, specialmente se favorita da condizioni costanti di umidità del suolo. (1) Wakker, La maladie da jaune, ecc. (Arch. néer. d. Se. ex. et uat., XXIII, 1889, p. 1). (2)E. F.Smith, Wakker' 1 s Hyacinthi Germ [Pseudomonas Hyacinthi [Wakker]) (Bull. n. 26 U. S. Depart. of agricult. Division of Veget. Pbys. and. Patii., Washington, 1901). GENERALITÀ SUGLI EUMICET1 117 Come mezzi di cura oltre quelli già indicati pel marciume bianco, vengono applicati inoltre l'accurata selezione dei bulbi da mettere nel terreno, il lavaggio dei bulbi stessi in soluzioni di solfato ferroso od in soluzioni diluite di solfato di rame, passandoli poi momentaneamente in latte di calce perchè le proprietà venefiche del solfato di rame non abbiano a danneggiare lo sviluppo dei giacinti. CAPITOLO III. GLI EUMICETI. Generalità. Gli eu mie e ti od i foni ice ti (in senso largo) costitui- scono i veri funghi e si distinguono dai mixomiceti e dai batteri per una maggiore differenziazione del loro corpo vegetativo o tallo e per la distinzione che esiste nella maggioranza di essi fra sistema ve- getativo e sistema riproduttivo. Nei mixomiceti il tallo è semplicissimo: una massa di plasma: su di esso si possono differenziare speciali organi di riproduzione asessuale; nei batteri il sistema vegetativo formato da una semplice cellula minutissima non si differenzia dal sistema riproduttore: quest'unica cellula vegeta, si riproduce e si moltiplica producendo internamente spore o segmentandosi direttamente. Nei funghi, salvo qualche eccezione (fra i Chitridiacei, gli Emiasci, ecc.), il sistema vegetativo è ben sviluppato e da esso si svolgono gli organi di riproduzione la cui localizzazione nei funghi più elevati è riservata a speciali corpi fruttiferi che prendono origine dal tallo. Come i mi- xomiceti ed i batteri, gli euniieeti sono sprovvisti di clorofilla, quindi non possono mai avere vita autoctona assimilando dall' atmosfera il carbonio e formando direttamente sostanza organica, ma il loro sviluppo non può effettuarsi che in ambiente speciale ove essi pos- sano trovare il materiale necessario per la loro vegetazione. Quanto alla derivazione degli ifomiceti i più. ammettono che derivino da alghe specialmente del gruppo delle cloroficee in cui è avvenuta, per un feno- meno di adattamento a modo speciale di vita, la graduale scomparsa della clorofilla. Contro questa opinione si elevano alcuni moderni mico- logi che come il Dang-eard (1), il quale si è fatto propugnatore di una teoria nuova sulla filogenia dei funghi, sostengono che gli itomi- ceti costituiscono un gruppo naturale, monofiletico che non è affatto (1) Dangeard, Les aneétres des champignons supérieurs (Le Botanista IX, sèrie 3. a , fase. 3-6, p. 158-303). 118 I PARASSITI VEGETALI: III. ECMICETI derivato dalle alghe, ina di queste è più antico. L'assenza della clo- rofilla, secondo il Dangeard, indicherebbe invece l'antichità della Fig. 12. Sistema vegetativo dei funghi. Micelio ad ife continue (Macor). 2. Micelio ad ife articolate {Penieillium). 3. Micelio esogeno con anstorio (Oidium). 4. Micelio endogeno intercellulare con austori globosi (Cystopiis). 5. Id. con austorio ramificato (Peronospora calntheea). 6. Cordoni rizoniorfici (Armillaria). 7. Sezione longit. di rizomorfa. 8. Sclerozio ed apoteci (Sclerotinia). 9. Sezione trasv. di porzione di sclerozio {id.) [da De Bary, Zopf. Peillieox. etc. ed originali]. loro origine, anteriore alla prima apparizione del pigmento clorofilliano. Non entreremo certo a discutere la maggiore o minore attendibilità di questa nuova teoria. GENERALITÀ SUGLI EUMICETI 119 Sistema vegetativo dei funghi. Il tallo dei funghi dicesi micelio. Esso è formato da filamenti, raramente semplici, ordinariamente più o meno ramificati che si dicono ife. Le ite del micelio sono costituite o da una sola cellula tubiforme poco o molto ramificata oppure risultano di diverse cellule filamentose, di modo che possiamo distinguere delle i fé continue od unicellul ari (tig. 12: 1) e delle ife settate o pluri- cellulari od articolate (fig. 12: 2). Si distinguono inoltre col nome di ife vegetative quelle che in condizioni ordinarie non producono organi di riproduzione, ma costituiscono solamente il sistema vegetativo e di ife fruttifere quelle che si differenziano più o meno e servono per sostenere o contenere gii organi di riproduzione. In certi funghi semplicissimi, oppure in certi stadi i alcuni funghi non presentano un micelio evidente e non risponderebbero quindi al carattere fondamentale degli ifomiceti se per ragioni di affinità e per modo di sviluppo non si riattaccassero ad altre forme di funghi mice- lici. La presenza di un micelio ad ife continue rappresenta nei funghi un carattere di minore differenziazione e troviamo precisamente talli così costituiti nei funghi meno evoluti, mentre nei funghi superiori generalmente il micelio è ad ife articolate. Tali cellule tìlamentose o tubiformi che costituiscono le ife presentano naturalmente tutte le parti essenziali delle cellule ordinarie, cioè: membrana, citoplasma, nucleo e speciali contenuti. La membrana delle cellule dei funghi si presenta nella maggioranza dei casi jalina, non di rado però può avere colori di versi, cioè: bruno, giallo, roseo, rarissimamente altre colora- zioni. Essa è resistentissima e più della membrana delle cellule dei vegetali superiori resiste all'azione di certi reattivi chimici tendenti a scioglierla od a disgregarla. Non è quindi formata di cellulosa pura, ma di una miscela di cellulosa e callosi cui si dà il nome di micocel- lulosa. Oltre alle sostanze suddette nella membrana dei funghi si può trovare pure la granulosa e secondo le ricerche di Gilson anche la chitina e la »ticosina. Il plasma si presenta per lo più jalino, rifrangente, granuloso, omo- geneo nelle ife giovani, quindi riccamente vacuolare: esso contiene una quantità grandissima di acqua. Molto spesso nella massa plasmatica si osservano delle goccioline oleose che spiccano per la loro speciale rifrangenza: nei vacuoli si possono trovare qualche volta anche dei cristalli di ossalato di calcio o di altre sostanze, del glicogene, del latice (es. nel g. Lactarius). Nel citoplasma si possono osservare, mediante speciali colorazioni, il nucleo od i nuclei perchè sovente si trovano in parecchi per ogni 120 I PARASSITI VEGETALI: III. EUMICETI cellula dell'ifa. Iu tali nuclei vennero osservati processi
  • PHYTOPHTHORA INFESTANS DE I5ARY 165 Il che dimostra che quanto più superficiali sono i tuberi tanto più facilmente possono contrarre la malattia perchè i conidì che cadono dalle foglie sul terreno o le zoospore che su questo da essi si formano riescono facilmente ad attraversare il sottile sfiato ed a produrre infe- zione. L'infezione può avvenire anche dopo l'estrazione dei tuberi dal terreno, specialmente quando essi si dissotterrano nel periodo in cui la parte aerea colpita dal fungo non è ancora completamente dissec- cata, di modo che i conidì possono trattenersi sui tuberi umidi che portati in magazzini non tròppo sani o poco aerati possono così con- trarre la malattia. Conservazione dei germi del parassita. A differenza di quello che avviene nella grande maggioranza delle Peronosporacee, la Ph. in/e- stans manca della riproduzione sessuale: in nessuna delle matrici mi cui essa può svilupparsi sono state trovate delle oospore. Lo Smith (1) erroneamente credette di averle scoperte, scambiando le pretese oospore della Phytophthora con quelle di una specie di Pythium che talvolta l'accompagna. La mancanza della sessualità è dovuta probabilmente ad un fenomeno di adattamento. Le oospore non sono necessarie per la conservazione della specie che potendo vivere in organi succosi, perennanti allo stato miceliale riesce così ad attraversare il periodo critico dell'inverno nelle migliori coudizioni. De Bary à dimostrato precisamente che il micelio è capace di conservarsi nell'inverno nei tuberi sviluppandosi poi nelle nuove piantine che da essi derivano, se messi in terreno, nell'annata successiva. Un tubero parzialmente infetto e collocato nel terreno emette in corrispondenza degli occhi o gemme che poggiano su un punto am- malato germogli che. date le condizioni favorevoli di ambiente, non tardano a ricoprirsi di conidiofori e quindi di conidì. Se questi ger- mogli sono deboli e non riescono ad allungarsi fuori del terreno, anche in questo si producono gli organi di riproduzione e quindi le zoospore che infettano il suolo: se invece i germogli sono vigorosi la forma- zione dei conidiofori e conidì avviene all'esterno, nell'aria e si possono così diffondere ai germogli sani delle piante vicine. Come si vede dunque l'infezione primaverile dipende da tuberi ammalati che sono stati portati nel terreno e da cui si sono svilup- pati germogli infetti che anno diffuso i germi del fungo. I giovani getti di patate infette si riconoscono facilmente perchè presentano (1) W. Smith, The resting spores of the Potato disease (Gardener's chro- nicle, 1875). 166 T PARASSITI VEGETALI: III. EUMICETI delle linee longitudinali brune in corrispondenza alle quali si mani- festa poi una delicata lanuggine bianca, costituita dai conidiofori. In casi di forti infezioni primaverili i teneri germogli così colpiti avviz- ziscono e disseccano. Danni. Nei primi anni della sua comparsa in Europa cioè dal 1840-1850 la malattia apportò danni gravissimi ed in alcune località una vera carestia. In Italia si ricordano forti infezioni sulle patate e danni gravissimi al raccolto nel 1878 in Lombardia, nel 1881 nel Na- poletano ed in Toscana, nel 1881 nell'Avellinese, in provincia di Bo- logna, di Piacenza, ecc., nel 1887-1891 in Piemonte ed altrove; sui pomidoro sono notevoli le infezioni del 1881 nel Bolognese, Piacen- tino, Bellunese, nel 1885 nei dintorni di Roma, di Campobasso, di Avellino, nel 1889 nelle Provincie di Cuneo e Savona, ecc. Se la ma- lattia si sviluppa per tempo cioè nel giugno-luglio i danni sono assai rilevanti poiché col disseccamento della parte aerea i tuberi riman- gono piccoli ed il raccolto è in gran parte perduto: se la malattia si sviluppa in autunno i danni sono un po' meno sensibili benché, se l'infezione è forte, i tuberi ne risentano notevole danno poiché pur avendo raggiunto il loro completo accrescimento tuttavia vengono alterati sia nel terreno che in magazzino e vanno soggetti alla can- crena secca, per cui le patate perdono immensamente di valore. Metodi di cura. La pratica ci suggerisce diversi mezzi profilattici atti a prevenire l'infezione che si possono compendiare nei tre seguenti: I. Scelta di varietà di patate più resistenti. IL Pratiche colturali adatte. III. Uso di sostanze anticrittogamiche. I. — Scelta di varietà più resistenti. Questa applicazione deve solo adottarsi entro certi limiti. Nessuna varietà di patate anche assai rustica presenta una resistenza completa, una assoluta immunità di fronte alla malattia. La parte aerea, cauli e foglie, è quasi egualmente attaccata in tutte le varietà, quando naturalmente siano eguali le con- dizioni esterne che favoriscono lo sviluppo del fungo. La resistenza all'infezione sta nei tuberi poiché vi sono delle qualità di patate che o per epoca di maturanza o per maggiore spessore del periderma sono molto meno danneggiate. Osservazioni fatte dal Rostrup, dal Sorauer, da Girard, ecc. dimostrano che le varietà Magnum bonum, RicMer's Imperato)-, ({('ante Mene, Gleason, Aurelia, Athénes, Bruce, Farmer, Champion, ecc. sono le meno attaccate. La varietà più di tutte resistente in Danimarca, in Germania, in Inghilterra, in Francia sarebbe la Magnum bonum. PHYTOPHTHORA IXFESTANS DE BARY 167 Le varietà più gentili, più delicate, a buccia sottile chiara o bluastra ed a polpa bianca sono naturalmente le più attaccate, le varietà più ricche in amido, più rustiche a buccia più spessa e tardive anno in- vece un grado elevato di resistenza. Secondo Bltchner le infezioni primaverili-estive danneggiano specialmente le varietà più precoci perchè in quell'epoca si trovano in rigoglioso sviluppo, le varietà tar- dive sono molto meno attaccate in quest'epoca nella parte aerea, queste però soffrono maggiormente le infezioni autunnali che danneggiano i tuberi. II. — Metodi adatti (li coltivazione. Anzitutto bisogna aver cura nel piantamento dei tuberi di scartare tutti quelli che presentano macchie scure sulla buccia e nella polpa e quindi di affidare al terreno solamente quelli sani. È questa la prima precauzione che bisogna avere se si vuol evitare di introdurre dei germi del fungo nella col- tivazione. Il terreno ove si fa la semina dev'essere ben lavorato, aerato, asciutto, leggero, ben drenato. I tuberi debbono essere sotterrati ad una debita profondità in modo che sovrasti ad essi almeno uno strato di 12-15 centina, di terreno. Quando i nuovi tuberi sono in via di formazione e di accresci- mento bisogna osservare che il loro sviluppo non avvenga troppo su- perficialmente, nel qual caso è conveniente operare leggere rincalzature al piede delle piante in modo da ricoprirli di quello strato di terra necessario perchè i conidì o le zoospore che eventualmente possono cadere dalle foglie non siano capaci di infettarli. Tale operazione na- turalmente si deve fare prima che i conidì siano comparsi sulla pa- gina inferiore delle foglie: si deve eseguire una diecina di giorni prima della fioritura od anche dopo di questa, mai durante essa; non bisogna esagerare però nel rincalzarli troppo abbondantemente, poiché lo strato di terreno sovrastante troppo elevato potrebbe produrre degli inconve- nienti. Tale strato dovrà avere uno spessore di 20 cm. circa dal li- vello del terreno. È stato osservato da Petermann, da Wollny, ecc.. che una troppo forte rincalzatura impedisce la penetrazione dell'acqua fino ai tuberi e quindi se la stagione è poco piovosa essi soffrono, rimangono piccoli ed il raccolto è scarso ed insufficiente. Alcuni con- sigliano per prevenire lo sviluppo della peronospora nei tuberi nel caso di infezione sulla parte aerea di falciare questa, allontanandola dai coltivati. È facile immaginare che questa operazione fatta nel periodo in cui le patate sono in accrescimento riesce ad esse dannosa poiché i tuberi si arrestano nel loro sviluppo e rimangono piccoli ed il raccolto così riesce molto meschino e molto meno remunerativo forse se si 168 i parassiti Vegetali : in. kumiceti fosse lasciata la parte aerea, nonostante la presenza della peronospora. Nei luoghi fortemente ed annualmente colpiti dalla peronospora è bene sospendere per qualche tempo la coltura sì delle patate che del pomidoro. Jbnsen (1) basandosi sulle esperienze fatte, dimostranti la poca resistenza del micelio della Phytophthora a temperature anche non molto elevate (+ 35°, + 40°), consiglia la disinfezione dei tuberi da seme collocandoli in un forno con temperatura oscillante fra i + 40" ed i 43° oppure in un recipiente di latta che viene tuffato in un serba- toio con acqua a 48 -50° e tenuto per circa quattro ore. Questa tem- peratura è affatto innocua alla germinazione dei tuberi anzi pare che la agevoli: il micelio verrebbe invece rapidamente distrutto. L'opera- zione può dare buoni risultati quando si faccia la coltivazione in un suolo vergine della malattia in cui si è sicuri che nessun germe del fungo vi può essere capace di diffonderla e di infettare i tuberi così sterilizzati. Uso di sostanze anticrittogamiche. Queste possono applicarsi tanto ai tuberi prima di metterli nel terreno come alle piante che da essi si svolgono per prevenire lo sviluppo del fungo. Il loro uso rappre- senta sempre uno dei migliori mezzi di difesa contro la temuta ma- lattia. Il lavaggio dei tuberi con soluzioni anticrittogamiche venne esperimentato e consigliato da qualche autore sia per i tuberi cbe debbono servire per la semina, come per quelli che dopo la raccolta si debbono collocare nei magazzini. Per i primi venne consigliata la immersione in poltiglia cuprocalcica al 2 °/ di solfato di rame e di calce, per gli altri che debbono servire per l'alimentazione, lo spruz- zamene con calce spenta, lasciandoli poi asciugare all'aria prima di collocarli in magazzino. Il Laurent (2) inzuppò delle patate sia in- tere che tagliate per circa 20 ore in una soluzione al 2,5 per mille di solfato di rame, quindi dopo averle superficialmente lavate le coprì con foglie ammalate di Phytophthora : potè constatare che il tratta- mento non aveva alcun risultato perchè i tuberi vennero colpiti nella stessa intensità di quelli che non avevano subito razione del sale di rame. Questo metodo quindi non può servire come mezzo preventivo. Una poltiglia che invece formi una crosta aderente all' esterno dei (1) Jexsen, Moyens de combattre et de détruire le Peronospora de la pontine de terre (Meni, de la soc. nat. d'Agi., CXXI, 1887). (2) Laurent, Le trempage des pommes de terre dans le sulfate de cuivre (Progr. agr., XX ami., n. 39, p. 444, 1903). PHYTOPHTHORA INFESTANS DE BARY 169 tuberi e la cui azione si continui nel terreno avrà certo una mag- giore efficacia. Risultati ottimi invece si ottengono trattando con soluzioni o pol- tiglie cupriche la parte aerea delle patate e dei pomidoro, prima che la malattia abbia fatto la sua comparsa. Dal 1885 si usano in Francia poltiglie, soluzioni, polveri a base di sali di rame: oggidì tali sostanze sono ovunque impiegate con ottimo successo. Esperienze fatte da So- rauer in Germania anno dimostrato che coi trattamenti fatti alla poltiglia bordolese la percentuale dei tuberi ammalati che nelle piante non trattate saliva fino al 55-70° , discendeva fino all'I °/„ ! Pkunbt (1) cita le esperienze assai dimostrative fatte in Svizzera dal WTSS su una coltivazione di patate della qualità abbastanza re- sistente: la Richter's Imperator. Una parte della coltivazione venne assoggettata a tre trattamenti con poltiglia bordolese, un'altra parte non venne trattata. Dalla prima si ottennero 110 quintali di tuberi contenenti 22,4 °/ di amido, dalla seconda 80 quintali con appena il 15,2 °/ di amido. I risultati però non sarebbero sempre così soddi- sfacenti secondo alcuni osservatori come il Sorauer (2), Sempo- lowski (3), ecc.; in seguito ai trattamenti cuprici si verificherebbe talora o nessun aumento sulla quantità e qualità del prodotto od anche una più o meno sensibile diminuzione. Parisot (1) à consta- tato che mentre le varietà precoci trattate colla poltiglia borghignona aumentarono il prodotto fino al 22 ed al 50 °/ > le tardive davano solo un profitto del 7 °/ e che alcuna varietà come la Richter's Imperator poteva talora subire anche una diminuzione del prodotto del 21 " „. Siccome coi trattamenti cuprici si aiuta e si prolunga la vegetazione, pare che si venga a restringere il lavoro fisiologico degli organi ipogei. Nelle varietà precoci prorogandosi la vitalità i prodotti di assimila- zione si concentrano nei tuberi ed allora si à un effetto utile, nelle varietà tardive ciò non si effettuerebbe più. La questione però non è ancora del tutto risolta e merita certo di essere meglio studiata e rischiarata. (1) Prunet, Le mildiou de la pontine de terre (Rev. di Vitic, XVIII, 1902, pag. 357). (2) Sorauer, Lindau, Refi, Handb. d. Pjlanzenkrankh., 1905, II Band, pag. 117-118. (3) Sempolowski, Beitr. z. Bekampf. der Kartoffelkrankh. (Zeit. f. Prìanz... V, 1895, p. 203). (1) Parisot, Trait. anticrypt. d.2)ommes de terre (Journ. d'agr. pr,, 68 ami., 1901, II, p. 231-235). 170 I PARASSITI VEGETALI: III. EUMICETI i Per combattere la peronospora delle patate vennero fin dai primi anni della sua comparsa in Europa tentati vari mezzi per impedirne o limitarne lo sviluppo. I primi tentativi con sostanze diverse non ebbero alcun risultato. Il Kiiiix da prima consigliò lo spargimento sulle piante di zolfo finamente polverizzato, ma ben presto si accorse che tale so- stanza non aveva alcuna efficacia sulla Phytophtkora. Oggidì le poltiglie a base di solfato di rame vengono largamente impiegate nella lotta contro la peronospora delle patate e dei pomidoro con risultati splen- didi. La poltiglia più impiegata è la poltiglia bordolese che si può preparare colle seguenti dosi: Solfato di rame .... kg. 1-2. Calce spenta » 1-2. Acqua litri 10(1. La preparazione di questa poltiglia verrà ampiamente descritta più avanti trattando dei mezzi di lotta contro la peronospora della vite. Occorrono almeno tre trattamenti per ottenere risultati soddi- sfacenti. Il primo trattamento si farà poco prima della Moritura delle patate e del pomidoro, usando la poltiglia all'I . Il secondo si farà una quindicina od una ventina di giorni dopo il primo, aumentando un po' le dosi (1,5-2 °/ ) quando si verifichino condizioni favorevoli allo sviluppo della malattia. Il terzo trattamento seguirà 2-3 settimane il secondo, seguendo le stesse norme. Xon è consigliabile nell'estate per le patate eccedere nei trattamenti cuprocalcici per non protrarre troppo la vegetazione delle piante ed ottenere una diminuzione del raccolto come abbiamo più addietro accennato. Il Girard avendo esperimentato con diverse poltiglie a base di solfato di rame è arri- vato a queste conclusioni : 1.° Le miscele cuprocalciehe anno diversa facoltà di adesione sulle foglie di patata e di pomidoro. 2.° I sali di rame sono facilmente asportati dalle pioggie. 3.° La poltiglia meno aderente sulle foglie ruvide di dette So- lanacee è la bordolese, egli perciò consiglia come più resistente ed ade- siva la poltiglia alla melassa così preparata: Solfato di rame kg. 2. Calce » 2. Melassa litri 2. Acqua » 100. PHYTOPHTHORA PHASEOLI THAXTER 171 Altri anno pure ottenuto ottimi effetti colla poltiglia borghignona alla seguente formula : j &' Solfato di rame kg. 2. Carbonato sodico anidro Solvay » 2. Acqua litri 100. Come trattamento complementare servono molto bene le polveri cupriche da applicarsi fra due trattamenti liquidi specialmente sulle infiorescenze e sui frutti del pomidoro. Si possono impiegare con pro- fitto la steatite cuprica, miscela polverulenta di talco coll'8°/ di sol- fato di rame, il gesso polverizzato nelle proporzioni di kg. 97 misto a kg. 3 di solfato di rame in polvere. Il Millardet consiglia l'ap- plicazione di quest'ultima miscela sulle piante di patate o di pomidoro da giugno ad agosto ogni 10 giorni. 52. PHYTOPHTHORA PHASEOLI, Thaxter. N. ital. Peronospora dei fagioli di Lima. N~. stran. Mildew of Lima Beans; Downy Mildew. Il fungo si sviluppa sulle foglie, sui piccioli fogliari, sui cauli e specialmente sui baccelli del fagiolo di Lima (Phaseoìus lunatus) nel Connecticut (Amer. bor.) ove venne osservato e studiato dal Thaxter (1). La malattia sui legumi si manifesta da prima con una macchia bian- chiccia di aspetto cotonoso, che si estende rapidamente in tempo umido, invadendo tutto il legume che resta coperto di un abbondante e fitto tomento bianco formato dai conidiofori. La malattia sarebbe in certe località dannosissima poiché i legumi ed anche talora i ger- mogli e le foglie colpite avvizziscono, anneriscono e disseccano. Il micelio è intercellulare; dalle aperture stomatiche si sviluppano i conidiofori semplici o talora biforcati su cui si possono produrre da 2 a 4 conidi i quali si originano nello stesso modo come nella Ph. infestans. I conidi germinano sì direttamente che per zoospore le quali sono fornite di due cigli e possono formarsi fino in numero di quindici negli zoosporangi. La disseminazione dei conidi e quindi l'infezione sarebbe, secondo lo Sturgis, operata specialmente dalle api che visitando fiori ammalati e fiori sani per la ricerca del net- tare, trasportano sullo stilo del pistillo i germi del fungo i quali poi (1) Thaxter, Botanic. Gaz., 1889, n. 11, e Ann. Rep. Connect., 1888. p. 167. 172 I PARASSITI VEGETACI: III. EDMICETI si sviluppano successivamente mentre l'ovario si trasforma nel legume che riesce quindi infetto. In America si usa contro questa malattia efficacemente la poltiglia bordolese. 53. PHYTOPHTHOEA X1COTIAXAE, Breda. A. ital. Peronospora del tabacco. X. stran. Setzlingkrarikheit dea Tabaks; Bìbitzielcte. Questa malattia venne scoperta e studiata da 1. van Preda De Haan (1) a Sumatra, G-iava e Bòrneo ove produrrebbe danni piuttosto considerevoli alle piantagioni di tabacco. Tutti gli organi della pianta possono essere colpiti, non escluse le radici. Le foglie si coprono qua e là di chiazze olivaeee, riman- gono come scottate e rapidamente disseccano. La malattia si diffonde da pianta a pianta, quando queste siano assai vicine anche per azione del solo micelio: in generale però si formano conidiofori uscenti dagli stomi portanti conidi da cui si svolgono zoospore. Esiste anche ripro- duzione sessuale con produzione di oospore. La luce agisce sfavore- volmente sullo sviluppo del fungo, quindi come mezzi di cura preventiva vengono consigliati i piantamenti di tabacco non troppo ritti ed in siti bene illuminati e le irrorazioni con poltiglia bordolese sulle giovani piantine. (*. Sclerospora Schk. Il micelio continuo si presenta fornito di austori; i conidiofori sono alquanto ramosi ed assai fugaci e portano all'estremità dei rametti conidi (zoosporangi) ovati germinanti per zoospore. La riproduzione sessuale che si compie nell'interno delle piante ospiti è sviluppatis- sima e quindi nei tessuti si riscontrano numerosissime le oospore glo- bulose. Le specie di questo genere attaccano quasi tutte piante della famiglia delle graminacee. Il genere presenta affinità specialmente per la conformazione degli organi sessuali e delle oospore col g. Plasmopara. 54. SCLEEOSPOEA GEAMINICOLA (SACC.) Schroet. JV. della malattia. Peronospora del panico. Questa specie attacca alcune graminacee spontanee del g. Setaria, specialmente S. viridi*. S. verticillata e & italica la quale ultima in alcune località si coltiva sotto il nome di panico. Le foglie imbruni- li) Breda de Haax, De Bibite, in de Delitabah ver Soor Phyt. Xicot., in Meded. uit's Lands Plantet.. XV, 1S96, Batavia. SCLEROSPORA MACROSPORA SACC. 173 scono e disseccano e le spighe si presentano molto spesso deformate per virescenza delle spighette. Siigli organi colpiti si formano coni- diofori facilmente evanescenti, ramosi con conici! quasi globosi: nel- l'interno dei tessati delle piante già imbrunite si notano numerosissime oospore che misurano da 32-3G p-. di diametro. LI Traverso (1) distingue come varietà (vr. Setariae-Italicae) la forma vivente sul panico che presenterebbe oospore più grandi (n- 39-45) della forma vivente sulle altre specie del g. Setaria. La malattia pro- dotta è però pochissimo interessante dal punto di vista agrario. Peglion riferisce a questa specie la Peronospora vivente sul grano, molto più importante, il Traverso (2) però la ascrive alla Sclerospora macro- spora Sacc. sotto il qual nome la descrivo. 55. SCLEROSPORA MACROSPORA, Sacc. N. della malattia. Peronospora del frumento. La malattia venne riscontrata la prima volta in Italia sul frumento dal prof. V. Peglion nell'estate del 1900 a Ponte Galera presso Roma, successivamente venne trovata oltre che sul grano, sul mais e sul- l'avena nell'Emilia, uel Ferrarese, in Sardegna e finalmente nel Veneto. Si presenta con una caratteristica alterazione delle spighe che i contadini del Lazio chiamano incipollite, arricciolate (3) poiché effet- tivamente le spighe vengono deformate; l'asse o rachide si ipertrotizza, spesso si contorce stranamente presentando pieghe ad $; le spighette come i fiori sono più o meno divaricati, le reste nelle forme di grani aristati variamente contorte (fig. 22 : 1, a-b). Non di rado le spighe rimangono racchiuse nella guaina dell'ultima foglia ipertrofìzzata. I fiori sono sterili, talora virescenti, l'androceo ed il gineceo scompaiono o vengono stranamente deformati. I denti della rachide sono spesso più distanziati che nelle infiorescenze normali così che le spighe prendono un po' l'aspetto di quelle dei Lolium in cui le singole spighette sono distanziate fra di loro. Sulla rachide come sulle foglie, guaine e culmi si distinguono poi delle macchie nerastre nelle quali è agevole, facendo sezioni trasver- sali ed osservandole al microscopio distinguere numerosissime oospore (1) Traverso G. B., Sclerospora graminicola (Sacc.) Schr. vr. setariae italicae (Bull. d. Soc. Bot. Ital., 1902, p. 1-8 estr.). (2) Id., Rote critiche sopra le Sclerospora parassite di graminacee (Malpighia, anno XVI, 1902). (3) Peglion, La peronosjyora del frumento, in Ball. Not. ;i<>t.. n. 20, unno 1900. 174 I PARASSITI VEGETALI : III. EUMICETI misuranti da 40-60 p.. di diametro, quindi notevolmente più grandi di quelle della specie precedente (fìg. 22: 2, 3). Il micelio è intercellu- lare e presenta austori vescicolari. Non sono stati osservati finora Fig. 22. Peronospora del grano. 1. A-H. Spiche di frumento deformate dalla Selerospora macro- spora. -. Sezione attraverso una porzione di rachide colpita : nel tessuto si trovano numerose oospore. 3. Oospora isolata (tutte originali). conidiofoi'i e conidì i quali se esistono debbono essere fugaci ssi mi. Secondo Peglion e Traverso (1) la diffusione della malattia avver- rebbe essenzialmente per mezzo dell'acqua che per inondazione da fiumi o torrenti vicini può invadere i campi di grano e ristagnarvi (1) Traverso G. B., La peronospora del frumento in provincia di Padova. Padova, 1906. PLASMOPARA VITICOLA BERhKSE-DE TONI 175 per un qualche tempo. In queste condizioni solo la malattia si ma- nifesta con una certa intensità e può produrre danni considerevoli. Mezzi di cura diretti non se ne conoscono. È prudente non semi- nare grani in località troppo vicine a fiumi e soggette quindi ad inon- dazioni. Il Peglion consiglia la bruciatura delle stoppie per distruggere le oospore che possono contenersi nei tessuti dei culmi e l'incorpo- ramento di calce viva nel terreno per impedire la germinazione delle oospore. (*. Plasmopara Schr. Il micelio intercellulare continuo è irregolare, ramificato e fornito di numerosi austori vescicoliformi, globosi od ovati. 1 conidiofori (zoo- sporangiofori) uscenti a fascetti dagli stomi sono nella parte supe- riore abbastanza ramificati secondo il tipo monopodiale ; i rami laterali sono patenti ed i rametti terminano alla loro estremità con papille generalmente in numero di tre che sostengono ciascuna un conidio (zoosporangio). I conidi producono per lo più zoospore, meno frequen- temente germinano direttamente. Esiste riproduzione sessuale con for- mazione di oospore che si costituiscono nelle foglie delle piante ospiti. 56. PLASMOPARA VITICOLA (Berk. et Curt.) Berlese e De Toni. N~. ital. Peronospora della vite. N. stran. Mildiou, Mildew, Falsche Mehlthau, Falsche Reben mehltliau; Grey rot, rot gris, Brown rot, rot bruii, ecc. (sugli acini). Generalità. È questa senza dubbio la malattia di natura critto- gamica più grave della vite e che à destato fra i viticultori le più gravi apprensioni, prima che si trovasse nel solfato di rame un pò tentò ed infallibile mezzo di difesa. E naturale che una malattia di tanta importanza sia stata l'oggetto degli studi più ampi nel campo della patologia vegetale e l'abbondante letteratura che si ha sull'argomento dimostra precisamente con quale interesse il fungo sia stato studiato non solo dal punto di vista scientifico, ma anche sotto quello pratico specialmente per rendere i trattamenti contro di esso più efficaci e più sicuri. Tutte le specie di viti ne possono essere attaccate benché in misura molto diversa; certe specie anzi, come Riparia, Rupestri*, ecc.. rasentano quasi l'immunità essendo pochissimo colpite e danneggiate dal fungo. Cenni storici. La malattia è oriunda dall'America del Nord ove al certo esisteva da tempo indeterminabile sulle viti spontanee ere 176 I PARASSITI VEtìETALl: III. EUMICETI sceiiti nelle foreste vergini; cognizioni esatte intorno ad essa non si cominciarono però ad avere che nel 1855. Le prime notizie intorno al fungo le dobbiamo allo Schweexitz, il quale prima ancora del 1834 ne dimostrava la presenza nell'America del Nord. Anche in questa regione si andò successivamente diffondendo, richiamando anche colà l'attenzione dei viticoltori, probabilmente perchè si adattò a vivere anche sulle viti coltivate, su di esse passando dalle viti spontanee sulle quali il fungo naturalmente non poteva avere che un interesse puramente scientifico. Così nel 1800 abbiamo notizie di danni pro- dotti dal Mildew negli Stati Uniti d'America: nel 1807 una rela- zione del Mead ci apprende che la malattia infierisce specialmente nelle regioni caldo umide degli Stati Uniti e che in eerte località si ebbero anche dei danni gravi e fino al 75 °/ di perdite del raccolto. Dunque anche in America, patria del parassita, questo non risparmiò le viti coltivate: tuttavia i danni non raggiunsero mai nel complesso quelli che il fungo doveva poco più di una decina d'anni dopo ap- portare in Europa. In un rapporto fatto dal Cornu nel 1873 all'Accademia delle Scienze di Parigi, il chiarissimo scienziato richiamò l'attenzione su questo parassita che al di là dell'oceano si diffondeva e danneggiava le viti e pronosticò un pericolo imminente per la viticoltura Europea. La profezia purtroppo si avverava pochi anni dopo poiché nel 1878 il prof. Planchon — che dieci anni prima aveva già scoperto in Francia la fillossera — riscontrava nelle foglie di viti francesi per la prima volta in Europa il dannoso parassita. Il fungo giunto a noi certamente con viti americane infette si acclimatò benissimo ed incominciò tosto la sua marcia disastrosa attra- verso tutti i paesi viticoli del vecchio mondo. Nel 1879 la malattia si diffonde in vari punti della Francia e la troviamo, ad esempio, nei pressi di Lione: nell'autunno dello stesso anno viene scoperta pure in Italia dal prof. Pirotta a S. Giulietta presso Voghera. Nel 1880 la peronospora à invaso tutta l'Italia superiore e fin la Toscana, è passata in Austria, negli anni successivi tutta la penisola nostra e le isole sono visitate dal fungo che nel 1881-1882 contemporaneamente si è manifestato in Svizzera, in Germania, nella Spagna, in Turchia, nella Russia, nell'Africa e nell'Asia Minore. Per dare un esempio della sua rapidità di diffusione basti riportare il giudizio di Tiiìoien se- condo il quale nel 1880 la peronospora avrebbe percorso ben 850 km. in linea retta! Da prima si ammisero varie ipotesi per spiegare lo sviluppo della peronospora in Europa: il Planchon credeva che i PLASMOPARA VITICOLA BEULESE-DE TONI 177 venti dell'ovest avessero potuto portare i conidi dall'America in Europa: la biologia della peronospora però à dimostrato la falsità di Fig. 23. Peronospora della vite (caratteri esterni). 1. Foglia di vite colpita dalla Plasmospara viticola. 2. Tralcio alti-iato. 3. <4itiis » Euiopaea » Eoropaea var. Canajolo » Berlandieri var. Mangiaglieli a var. Ascolano » Sangioveto » Cordifolia » Trebbiano verde » Lagarese » Dolcetto « Rotundifolià » Greco » Trebbiano-giallo » Barbera » Cinerea » CabernetSauvignon » Nebiolo » Aramon » Colombano » Petit Bouschet .. Barbarossa » Rosico di Valtellina » Malvasia » Sylvaner, ecc. » Bombino » Otello » Malbec » Riesling, ecc. Mezzi di cura. Fin dai primi anni della comparsa della malattia in Europa ed appena cioè essa cominciò a produrre sensibili danni si iniziò la lotta contro il nuovo parassita che minacciava la nostra viticoltura. Le cognizioni intorno alla biologia del fungo ed alle cause che ne favorivano lo sviluppo e la diffusione erano allora ancora in buona parte sconosciute, quindi non è da meravigliare se i primi mezzi di cura tentati ebbero un risultato assolutamente negativo. Non si sapeva a quali metodi bisognava attenersi per sopprimere le cause del male se ai curativi od ai preventivi. Poiché si conobbe che il fungo si diffondeva da un anno all'altro mediante le oospore che svernavano nelle foglie cadute al suolo nell'autunno i viticultari si affannarono subito a cercare di sopprimere tali germi col raccogliere diligentemente le foglie cadute e bruciarle. Ben presto si avvidero della nessuna efficacia di questo mezzo di lotta. Il fungo ciò nono- stante si manifestava nella primavera successiva perchè aiutato da certe favorevoli condizioni di ambiente. Era impossibile dunque arri- vare alla completa soppressione dei germi i quali non ibernavano solo nelle foglie cadute, ma anche nei tralci e talora perfino sulle squame delle gemme. Bisognava adottare un altro metodo e lottare contro le forme di diffusione: impedire la formazione dei conidio- fori e dei conidi ed in particolar modo lo sviluppo di questi e la nascita delle zoospore. Come si poteva arrivare a ciò? Si trattava di trovare una sostanza anticrittogamica che avesse questa azione no- civa sulla peronospora e i patologi, i chimici, i pratici agricoltori si diedero affannosamente a ricercare, a provare e sperimentare. Lo zolfo che dava risultati così splendidi contro l'oidio, venne subito sperimentato; disgraziatamente le speranze che su esso si erano fon- PLASMOPAEA VITICOLA BERLESE-DE TÒNI 193 date caddero subito di fronte alle esperienze in proposito eseguite. Lo zolfo ordinario non aveva alcuna azione. Si tentò l'impiego dei fiori di zolfo acido specialmente in Francia per opera del MARÈS nel L885- 1886 e del Briosi negli stessi anni in Italia. Nonostante la fiducia di questi autori su tal rimedio, questo risultò in seguito ad accurate esperienze di nessuna efficacia. Sarebbe lungo e fuor di luogo enumerare qui tutte le sostanze che vennero provate contro la malattia; si provarono soluzioni di soda del commercio, soluzioni di acido cromico al 2 per mille, di borato ili soda, emulsioni di acido fenico in acqua saponata (una parte di acido fenico su 100 di acqua saponata secondo la formola Foex) senza alcun risultato. Nello stesso modo si dimostrarono inefficaci miscele polve- rulente di zolfo e calce, di iposolfito sodico, di cloruro di ealce, di cenere, di solfato di zinco, di potassa, ecc. (1). Le foglie delle viti bagnate o coperte di queste sostanze non mani- festavano alcuna resistenza ed i conidiofori come i conidi continua vano a svolgersi nella pagina inferiore. I mezzi non erano dunque appropriati; di più il modo con cui la lotta era organizzata non era razionale. Ben presto i patologi si convinsero che si potevano solo avere dei buoni risultati quando si fosse riuscita con qualche sostanza di provato valore anticrittogamico e nello stesso tempo innocua alla vite ad impedire la formazione delle zoospore. Non era possibile ar- restare lo sviluppo dei conidiofori quando il micelio aveva già preso possesso dei tessuti della foglia; qualunque sostanza applicata all'esterno era inefficace. In una parola si dovevano abbandonare i trattamenti curativi ed adottare invece mezzi preventivi. Il merito di aver trovato la sostanza adatta per lottare contro la peronospora come anche il modo di applicarla spetta al prof. Mil- lardet. Prima ancora che egli proponesse la prima formola della poltiglia bordolese aveva dimostrato con accurate esperienze la tossi- cità di alcune soluzioni per le zoospore della peronospora. Così aveva trovato che la germinazione dei conidi non si effettuava in soluzioni di calce nelle proporzioni di l/io.ooo, di solfato di ferro all'l/ioo.oooj «li solfato di rame nelle minime proporzioni di 2-3 ukooo.ooo. La calce, il solfato di ferro ed il solfato di rame costituivano dunque dei potenti anticrittogamici anche usati in soluzioni diluitissime. Nonostante la constatazione dell'elevato potere tossico del solfato di rame contro la (1) Vedi Briosi, Esperienze per combattere la peronospora della vite, Mi- lano, 1886-87. Ferraris, Trattato di Patologia, ecc. — 13. 1 94- I PARASSITI VEGETALI: III. EUMICETI germinazione delle spore — fatto del resto già accertato dal Prévost fin dal ISO 7 per le spore della carie del grano — ci vollero diversi anni e alcune osservazioni affatto casuali perchè questo sale venisse collocato in prima linea nel novero dei rimedi contro le malattie delle piante. La prima sostanza che venne impiegata con favorevoli risultati nella lotta contro la peronospora fu il latte di calce. Esperimentato dal prof. (tArovaglio nel 1881, in vista dei buoni effetti ottenuti ne venne consigliato l'impiego ed i viticoltori previdenti che lo usa- rono nei primi anni in cui infieriva la malattia ebbero la grata soddi- sfazione di vedere in buona parte salvato il loro raccolto dall'attacco del male. E qui va dato giusto merito all'operosità ed intelligenza dei fratelli Bellussi di Conegliano Veneto, i quali fin dal 1884 si die- dero con ogni cura ad applicare il nuovo rimedio alle loro viti otte- nendo così buoni risultati che il prof. Cerletti nel 1885 non si peritava di asserire che la peronospora era vinta col latte di calce. Le esperienze fatte successivamente dai professori Cerletti e Cu- Bcmi nel 1886 dimostrarono che il rimedio era certamente buono, ma che la sua efficacia dipendeva molto dal momento dell'impiego, espli- cando solo buoni effetti quando era usato preventivamente. I tratta- menti si iniziavano dal mese di maggio, ripetendosi ogni 15 giorni, usando soluzioni di calce al 2-3 °/ -' L'applicazione doveva farsi in modo che gli organi verdi ne fossero ricoperti da un tenue strato. Alcuni fisiologi e patologi sorsero contro questo trattamento asserendo che il ricoprire di una crosta di calce le foglie della vite poteva riuscire dannoso alle funzioni delle foglie : il prof. Cuboni riuscì però a dissi- pare questi timori dimostranti o come effettivamente il leggero strato di calce non poteva avere alcuna influenza nociva sulle funzioni vitali della pianta. Quanto all'azione del latte di calce contro la peronospora essa si manifestava meccanicamente e chimicamente. Meccanicamente opponendo una resistenza alla penetrazione dei germi nei tessuti, chi- micamente poiché la reazione alcalina che si determinava nelle goc- cioline di acqua di pioggia o di rugiada in cui venivano a trovarsi i conidi del fungo impediva la formazione e la germinazione delle zoospore. Nessuna azione aveva però il rimedio sul micelio già pene- trato nei tessuti, non riuscendo in questo caso ad impedire la forma- zione dei conidiofori che egualmente potevano svilupparsi sulla pagina inferiore delle foglie. L'uso del latte di calce si diffuse assai nell'Italia superiore e media e si estese ancora quando già in Francia si diffondeva l'uso dei trat- PLASMOPARA VITICOLA BERLESE-DE TONI 195 tamenti a base di solfato di rame. Anzi in principio in Italia vi fu un po' di riluttanza per applicare il nuovo rimedio clie al di là delle Alpi dava risultati splendidi e vi fu non poca ostilità fra i partigiani del latte di calce ed i sostenitori dei trattamenti al sale di rame. Questa lotta d'idee si chiuse però dopo poco tempo colla completa vittoria dei rameisti. L'uso dei sali di rame nella lotta contro la Peronospora. Benché Millardet avesse enunciato il principio scientifico dell'elevata azione antiperonosporica del solfato di rame, tuttavia la pratica dei tratta- menti a base di questo sale non venne iniziata che in seguito a due osservazioni affatto casuali fatte in due distinte località della Francia. Nel settembre del 1884 in una località della Borgogna venne fatta una curiosa constatazione: tra i vigneti già privi in gran parte delle foglie a causa di una forte invasione peronosporica si notavano qua e là dei ceppi adorni di verde fogliame, rigogliosi e quasi immuni dal male. Ricercata la causa del fatto si scoprì che le viti sane erano addossate a pali nuovi, stati collocati in primavera ed impregnati di una soluzione di solfato di rame per preservarli dal marciume. Ciò dette occasione ad una importante comunicazione fatta dal Peerey all'Accademia delle Scienze di Parigi. Un'altra osservazione anche più concludente veniva intanto fatta nel Médoc. Ivi era antica abi- tudine di cospargere i filari lungo le strade con una miscela di calce e di solfato di rame in modo da imbrattarne bene i grappoli allo scopo di sottrarli alla voracità dei ragazzi e dei ladruncoli campestri. Fin dal 1881 era stato osservato il fatto meraviglioso che queste viti con- servavano il loro fogliame sano fino ai geli. Queste constatazioni di- mostrarono: 1.° che il solfato di rame era un ottimo rimedio contro la peronospora; 2.° che esso non solo non era nocivo alla vite, ma ne agevolava notevolmente la vegetazione. Ai professori Millardet e GtAyon spetta il merito di aver trovato il modo di rendere pratica l'applicazione dei sali di rame contro la peronospora e di aver tro- vato quell'eccellente rimedio che ancora oggidì non è stato da alcun altro sorpassato e che è la poltiglia bordolese. Le prime esperienze fatte a questo riguardo dai sullodati autori furono coronate da splendido successo; usata preventivamente la mi- scela impediva lo svolgersi della malattia, le foglie rimanevano sane. la vegetazione della vite si manteneva normale. I buoni effetti si ri- specchiavano inoltre sulla qualità del prodotto; le uve maturavano regolarmente, si arricchivano di più in sostanze zuccherine, dando mosti più dolci e quindi vini più alcoolici e conservabili. Analisi fatte 196 I PARASSITI VEGETALI: III. EUMICETI da Millardet e Gayon su mosti ottenuti con uve trattate e con uve non trattate colla poltiglia dimostrarono la superiorità in materia zuc- cherina di quelli e la povertà di questi ed in senso inverso l'acidità. Ecco il risultato di alcune di queste analisi per tre qualità di vitigni : Zucchero per litro. Acidità per litro, (rapp. ad acido sol- forico ). Malbec gr Tratto te 177,0 5,1 Non trattate gr. 91,0 7,7 Petit- Veedot Trattati' Non trattate gr. 175,0 gr. 39,4 7,9 9,3 Cabeenet-Sauvignon Trattate UT. 178,6 4,6 Non trattate gr. 116,2 6,3 I principi su cui si doveva fondare il trattamento a base di sali di rame vennero nettamente stabiliti dal Millardet. Il rimedio po- teva solo manifestare tutta la sua efficacia quando fosse applicato preventivamente. La presenza del sale di rame sulle foglie o sugli altri organi della vite doveva effettuare l'avvelenamento delle goccio- line di acqua nelle quali eventualmente potevano trovarsi i conidì della peronospora. Ciò rendeva impossibile la formazione delle zoospore. I trattamenti tardivi non potevano avere lo stesso effetto; nonostante la superiorità come anti crittogamico del solfato di rame al latte di calce, non era possibile distruggere il micelio già sviluppato nei tes- suti delle piante. Effettuandosi abitualmente l'infezione sulla pagina superiore delle foglie, qui specialmente il liquido antiperonosporico doveva essere sparso; il primo trattamento doveva farsi avanti il periodo di incubazione, cioè verso la seconda metà di maggio. Avanti che il Millardet proponesse la sua prima formula della poltiglia bordolese si sperimentarono tanto in Francia che in Italia dei trattamenti con soluzioni semplici di solfato di rame che diedero però luogo a non piccoli inconvenienti, come dirò subito qui appresso. Trattamenti con soluzioni semplici di solfato di rame. Il sol- fato di rame — che forma la base dei trattamenti — si trova in commercio sotto forma di grossi cristalli azzurri che contengono cinque molecole di acqua di cristallizzazione la quale però viene perduta riscaldando per un certo tempo i cristalli ad una temperatura di 120°. È condizione essenziale che il solfato di rame sia puro poiché perde notevolmente della sua efficacia anticrittogamica quando si trova me- scolato a solfato di zinco o di ferro. Per assicurarsi della purezza del solfato di rame se ne fa una soluzione acquosa e in questa si versami po' di latte di calce; se il sale è puro il precipitato che si PLASMOPARA VITICOLA BEHLESK-DE TONI 197 forma è di un colore bleu-celeste che si mantiene permanente e se contiene ferro o zinco il precipitato cambia di colore. Un altro me- todo consiste nello sciogliere il vetriolo di rame in acqua distillata: si aggiunge quindi un po' di ammoniaca che determina un precipitato azzurro solubile in eccesso di ammoniaca se è puro, se contiene sol- fato di ferro, rimane un sedimento rugginoso, se vi è solfato di zinco il precipitato acquista un colore azzurro più chiaro. Il solfato di rame nelle prime esperienze che si .fecero con (pasto rimedio contro la peronospora veniva sciolto semplicemente nell'acqua e così applicato: da prima si usarono dosi molto elevate dal 10 tino al 15%? ma subito si abbandonarono in seguito agli effetti disastrosi che si producevano sulle foglie le quali venivano bruciate e le dosi vennero tosto ridotte al 5, al 3 °/ , ma si constatarono identici incon- venienti. Per evitare le bruciature sulle foglie non bisognava superare l'I " ed attenersi specialmente a soluzioni di solfato di rame al 3 od al 5 per mille. Allora si ottennero degli effetti veramente vantaggiosi, riuscendo molto attivo nella lotta contro la peronospora ed innocuo alla vite. Le soluzioni semplici di solfato di rame presentano però diversi inconvenienti: 1.° aderiscono male sulle foglie; 2." sono facilmente portate via dalle pioggie; 3.° sotto l'azione del sole cocente le goc- cioline di soluzione anche diluite si concentrano e possono determi- nare delle ustioni agli organi teneri. Quindi ben presto si abbandonarono le soluzioni semplici e si cercò di mescolare al solfato di rame qualche altra sostanza che ne dimi- nuisse la causticità e ne aumentasse il grado di aderenza. Si tentò l'applicazione di soluzioni di solfato di rame e di ammo- niaca ed una forinola proposta era la seguente: Solfato di rame gr. 500 Ammoniaca » 500 Acqua litri 100 Ma i risultati non furono soddisfacenti poiché agli inconvenienti delle soluzioni semplici si aggiungeva il costo notevolmente più elevato. Poltiglia bordolese. Rappresenta la migliore miscela a base di solfato di rame da usare contro la peronospora. E merito del profes- sore Millardet di aver combinato questa poltiglia col mescolare latte di calce in una soluzione di solfato di rame. Il composto risultante — ossido idrato di rame — presentava i migliori requisiti per la lotta 198 I PARASSITI VEGETALI*. III. EUMICETI contro la peronospora, poiché non dannoso alla vite, non facilmente dilavabile dall'acqua e solo solubile lentamente, come dimostrarono le esperienze del Gayon, nell'acqua più o meno ricca di carbonato di ammoniaca e di acido carbonico. Ora l'acqua meteorica — di ru- giada o di pioggia — si trova precisamente in queste condizioni: di modo che le goccioline dissolvendo traccie del composto cuprico im- pediscono la germinazione dei conidì che in esse vengano a cadere. La formola primitiva della poltiglia bordolese data dal Mlllaedet conteneva in proporzioni esagerate il solfato di rame e la calce, quindi riusciva molto costosa e difficile da applicare. Eccone la costituzione: Solfato di rame kg. 8 Calce viva » 15 Acqua litri 130 In vista degli inconvenienti ricordati il Millardet stesso ridusse la formola a più giuste proporzioni: Solfato di rame kg. 2 Galee viva » 1 Acqua litri 100 In Italia la formola più adatta e che oggidì è in generale da tutti i viticoltori usata è quella proposta dal prof. Cuboni: Solfato di rame kg. 1 Calce spenta » 1 Acqua litri 100 La quantità di calce spenta in questa formola è sufficiente per neutralizzare un kg. di solfato di rame. Teoricamente 244 grammi di calce pura ed anidra neutralizzano 1 kg. di solfato di rame, in pratica però ne occorrono circa 330 grammi date le impurità che si trovano sempre nella calce; ora questa quantità corrisponde al- l'incirca ad un kg. di calce grassa spenta come è consigliata nella formola Cubont. La preparazione della poltiglia bordolese deve essere fatta con cura in questo modo: in una tinozza di capacità sufficiente si collo- cano 100 litri di acqua; da questi si prelevano alcuni litri per scio- gliere a parte il solfato di rame (1 kg.), operazione che si può fare più sollecitamente a caldo in un recipiente di terra o di rame (mai di zinco o di ferro) ed alcuni altri litri che servono per disciogliere la calce spenta grassa in un altro qualsiasi recipiente adatto. Sciolto PLASMOPARA VITICOLA BERLESE DE TONI 199 il solfato di rame si versa nell'acqua della tinozza grande e si rime- scola, poi — sempre rimescolando — si versa lentamente il latte di calce. È indispensabile di seguire sempre quest'ordine nel fare l'ope- razione, cioè di versare sempre il latte di calce nella soluzione diluita di solfato rame e non mai fare l'operazione inversa poiché ciò pre- giudicherebbe assai la buona costituzione della poltiglia. Nelle cam- pagne si usa anche molto spesso di sospendere nella tinozza ov'è collocata l'acqua per la poltiglia un panierino di vimini contenente i cristalli di solfato rame, lasciandovelo immerso lino a completa dis- soluzione ; in seguito si toglie e si versa il latte di calce operando come sopra. Per l'aggiunta di latte di calce nella soluzione limpida di solfato rame si determina un caratteristico intorbidamento, poiché si forma un precipitato di idrossido di rame che dà un colore azzurro da prima a tutta la massa liquida, ma che poi si raccoglie in fondo al recipiente per effetto del suo proprio peso. Se la calce è in quantità sufficiente il liquido sovrastante al precipitato gelatinoso dev'essere perfettamente incolore ; se vi fosse eccesso di solfato rame o deficienza di calce il liquido sovrastante rimane azzurrognolo, il che può pro- durre qualche inconveniente per la reazione acida che presenta; l'ec- cesso di calce si manifesta con una pellicola madreperlacea che sovrasta il liquido incolore e che si riforma abbastanza rapidamente quando si toglie. Se invece di versare la calce nel solfato di rame si facesse l'opera- zione inversa si otterrebbe un precipitato scuro, insolubile ed inefficace nella lotta contro la peronospora. Non di rado i contadini che annettono poca importanza a questa circostanza si lagnano poi della inefficacia della poltiglia ed incolpano la qualità del solfato di rame, mentre il cattivo risultato ottenuto dipende tutto dalla loro inavvertenza. È bene, preparata la poltiglia, di procedere dopo qualche tempo al controllo; si può ricorrere alla prova col bicchiere, prelevando una certa quantità del liquido sovrastante al precipitato e guardandolo contro luce o contro una superficie bianca ; se il liquido è incolore la poltiglia è normale, se azzurrognolo vi è eccesso di solfato rame che bisogna correggere coli' aggi unta di un po' di calce. Migliori però e piò sicure sono le prove colle carte reattive. Le cartine di tornasole come vengono impiegate dai chimici e dai farmacisti servono ottimamente; il loro uso pel controllo della poltiglia bordolese venne consigliato nel Congresso antiperonosporico tenutosi a Roma nel 1894. La rea- zione della poltiglia dovrebbe essere neutra, ma questo non avviene quasi mai in pratica; non deve avere però mai reazione acida. 200 I PARASSITI VEGETALI : III. EUMICET1 Se immergendo una cartina di tornasole azzurra questa arrossa, è segno di reazione acida e la poltiglia dev'essere corretta, se la carta rossa di tornasole immersa nel liquido diventa azzurra è seguo di reazione alcalina ed allora la poltiglia è ben preparata e può essere usata senza pericolo di alcun inconveniente. La reazione neutra non dà nessun cambiamento di colore alle cartine che si immergono, ma questo, com'è detto, in pratica si verifica raramente. Eecentemente si usa anche con molto profitto la carta alla fenolftaleina che ciascuno con molta facilità può prepararsi da se. Basta disciogliere in un litro di alcool gr. 30 (in pratica bastano anche 10) di fenolftaleina (che si può acquistare al prezzo di L. 4,50 ogni 100 grammi) ed immergere dentro questa soluzione delle strisele di carta ordinaria da filtro. Si lascia quindi seccare la carta e si ritaglia in piccole liste che si con- servano con cura. Le reazioni che dà questa carta sono le seguenti : immersa nella poltiglia se questa à reazione acida, non cambia colore, rimane bianca; se la poltiglia è alcalina la carta diventa rosa o rossa. L'uso di queste carte dovrebbe essere diffuso fra tutti gli agri- coltori per l'esatto controllo della poltiglia bordolese. Costituzione della poltiglia bordolese. Oltre all'idrossido di rame — che rappresenta il composto più importante per la sua azione nociva contro i germi della peronospora — si formano nella poltiglia del solfato di calcio la cui presenza contribuisce notevolmente a ren- dere più adesiva la miscela alle foglie e meno facilmente dilavabile per la sua poca solubilità nell'acqua; del solfato basico di rame, del solfato basico doppio di rame e di calce, composti riscontrati dal prof. Sosteg-ni nelle sue accurate ricerche sulla composizione della poltiglia bordolese. I composti rameici sono insolubili nell'acqua pura, mentre si disciolgono lentamente nell'acqua di pioggia o di rugiada che contiene traccie di anidride carbonica e di ammoniaca. Su ogni foglia di vite — stata in precedenza trattata colla poltiglia bordolese — le goccioline di rugiada che vi si depositano al mattino possono disciogliere da 1 / 20 ad 1 in di milligramma di composto cuprico, quan- tità più che sufficiente per distruggere prontamente la proprietà ger- minativa dei conidì. Così la poltiglia bordolese à sugli organi della vite non solo un'azione immediata contro la malattia, ma un'azione futura, poiché, se non sopravvengono pioggie violente o continue cbe dilavino troppo le foglie, si può conservare a lungo senza nulla perdere delle sue proprietà. Tempo opportuno per l'applicazione della poltiglia bordolese. È preferibile fare i trattamenti con un tempo sereno e calmo, senza PLASMOPARA VITICOLA BERLESE-DE TONI 201 vento il quale fa sprecare una certa quantità del liquido e impedisce che le goccioline aderiscano bene agii organi irrorati; la poltiglia dev'essere distribuita fina ed eguale avendo cura di inorale non so- lamente le foglie, ma anche i giovani tralci ed essenzialmente i grap- poli in qualunque stadio del loro sviluppo. Il buon effetto della poltiglia dipende anche moltissimo dal modo con cui si eseguiscono i tratta- menti. Le prime ore del mattino sono le più adatte per fare le irro- razioni, poiché il sole non ancora troppo caldo fa evaporare lentamente le goccioline del liquido e non concentra d'un tratto la soluzione, il che potrebbe provocare qualche inconveniente quando in essa vi fosse un eccesso di solfato di rame. Un'ora circa dopo l'applicazione, se il tempo è asciutto, le macchie di poltiglia sono secche benché non ancora completamente aderenti, il che si effettua più tardi. Le macchie debbono spiccare con un bel colore ceruleo nel fondo verde delle foglie così che anche in distanza si distinguono agevolmente i vigneti trattati da quelli non ancora inorati. Se subito dopo l'applicazione o anche poco dopo sopravviene una pioggia le macchie non ancora ben consolidate vengono facilmente dilavate, perciò è prudenza di evitare i trattamenti quando il tempo è minaccioso, a meno che l'urgenza del caso non lo richieda. La quan- tità di poltiglia occorrente per ettaro varia a seconda dello stato di vegetazione in cui si trova la vite ed anche del sistema di alleva- mento e di potatura. Questa quantità può variare fra i 200 ed i 600 litri circa. ISTel priino trattamento sono sufficienti 200 litri e talvolta anche meno, avendo le viti in quell'epoca scarso fogliame, nei trattamenti successivi la quantità viene gradatamente aumentata. I trattamenti indispensabili da eseguirsi anche quando le stagioni decorrono rego- larmente e non vi è pericolo di infezione peronosporica non debbono mai essere inferiori a tre dalla primavera all'autunno; è ben raro però che questi bastino e l'intelligente viticultore di fronte alla mi- naccia della malattia che per il cattivo andamento della stagione sta per manifestarsi, saprà aggiungervi quegli altri trattamenti supple- mentari nel numero e nel momento più opportuno. Il primo trattamento dev'essere assolutamente preventivo e si ap- plica quando ancora non si manifestano le condizioni favorevoli per lo sviluppo della peronospora. A seconda della località o dell'andamento della vegetazione l'epoca di questo primo trattamento va dal 10 maggie al 1.° giugno: non essendo possibile stabilire una data fissa il viti- coltore si regolerà di far la prima irrorazione quando i getti della vite 202 I PARASSITI VEGETALI : III. EUMICETI anno raggiunto una lunghezza da 10 a 12 centimetri. Le dosi da usarsi saranno le minime, cioè non si supererà mai l'I " di solfato di rame e di calce, anzi è bene usare poltiglie più ridotte anche al i / 2 per cento, riuscendo così meno dispendiose ed avendo eguale effetto. Questo primo trattamento previene lo sviluppo della malattia sulle giovani foglie e la sua benefica azione non può durare molto a lungo perchè le nuove foglie che si sviluppano ed i grappolini che si formano ri- chiedono una ventina di giorni od un mese dopo un secondo trattamento. Questo è il più importante di tutti poiché si fa nell'epoca in cui la peronospora per le favorevoli condizioni di temperatura e di umidità potrebbe essere più disastrosa. Se fatto a tempo e con cura si pre- viene nelle annate di forte invasione peronosporica la terribile forma detta allesàatura del grappolo che può in pochissimo tempo compro- mettere il raccolto. Si dovrà eseguire poco prima o poco dopo la fio- ritura; nel momento in cui i fiori sono aperti è bene evitarlo poiché si disturberebbero i fenomeni di impollinazione, di fecondazione e di allegamento. Tutte le parti della vite debbono essere con cura irrorate, cioè, le foglie, i tralci ed i grappolini. La poltiglia da usarsi è quella della formula normale (1 °/ 6 ) che si può elevare — quando l'imminenza del pericolo lo richieda — anche all'I, 5 di solfato di rame e di calce. Il terzo trattamento si eseguisce un mese e mezzo circa dopo il secondo, quindi fra la prima quindicina di luglio e la prima metà di agosto. In generale però fra il secondo ed il terzo si fanno seguire in numero va- riabile altri trattamenti, specialmente se sopravvengono pioggie, nebbie, temporali che diminuiscono l'effetto dei trattamenti antecedenti e de- terminano propizie condizioni allo sviluppo del male. Così dopo il terzo trattamento, tanto più se questo è fatto ancora nel luglio, se ne può far seguire un altro poco prima che si inizi la maturazione dell'uva. Ai trattamenti liquidi si intercalano come applicazioni complemen- tari dei trattamenti polverulenti in numero di uno o due od ancbe di più se la miscela che si impiega deve servire anche a combattere l'oidio. La sostanza che oggidì si impiega a questo scopo e che dà i migliori risultati è il solfo-ramato di cui diremo più appresso. Apparecchi per l'applicazione della poltiglia. Ve ne sono di di- versissimi tipi e sono conosciuti col nome di pompe irroratrici. Le pompe a spalla d' uomo sono le più usate da noi, in Francia nelle grandi proprietà si usano di quelle a carretto, trainate da animali. Non è qui il luogo di accennare ai vari tipi oggidì in uso, mi limiterò a ricordare gli splendidi risultati che dà uno dei modelli più usati, PLASMOPARA VITICOLA BERLESE-DE TOXI 203 quello fabbricato dalla casa Vermorel di Villefranche e denominato l' Écìair. Consta di un serbatoio di rame a forma di cilindro elittico, com- presso, della capacità di circa 20 litri (fig. 25). Alla parte supcriore vi è una apertura di riempimento fornita di reticella di rame per impedire l'ingresso di corpiccioli estranei che potrebbero danneggiare L'appa- recchio. Internamente al serbatoio da un lato vi è il corpo di pompa fissato al fondo; nella parte inferiore vi è un albero a gomito con manubrio che muove lo stantuffo formato di un disco di gomma stretto Fig. 25. Pompa per irrorazioni. (Tipo Éclair: fabb. Vermorel, Villefranche). fra due cerchi di ferro. Il liquido viene aspirato nel corpo di pompa ed ivi compresso con forza, quindi proiettato attraverso un tubo di gomma articolato al tubo di ottone che termina col polverizzatore. Questa è la parte più delicata dell'apparecchio, poiché dalla sua costi- tuzione dipende la perfetta distribuzione della poltiglia. Dal polveri/ zatore cambiando solamente il piccolo pezzo di rapporto ove è il foro di uscita si possono ottenere tre tipi di getti: a zampillo, adatto per ino- rare viti tenute a pergolati o maritate ad alberi; a ventaglio quando si tratti di interessare una larga superficie, a nube od a pioggia quando 204 I PARASSITI VEGETALI: III. EUMICRTI si debba distribuire finamente il liquido ad una breve distanza. Una buona pompa deve oltre alla solidità di costruzione presentare come requisiti la maggiore semplicità, dev'essere facilmente maneggiabile e deve distribuire la poltiglia in goccioline finissime, poiché tanto più sono fine e meglio aderiscono agli organi delle piante effettuandosi così anche una grande economia nella quantità del liquido da impiegare. Altre poltiglie e miscele per combattere la peronospora. Oltre la poltiglia bordolese si conoscono altre miscele a base di solfato di rame o di altri composti cuprici che si possono usare con eguali buoni risultati o che presentano talora sulla poltiglia bordolese qualche vantaggio e possono essere meglio indicate per speciali trattamenti. Ne indicheremo qualcuna delle migliori. l.° Poltiglia ridotta (formula Gavazza). — È assai leggera e si può quindi applicare con molto vantaggio in tutti i casi in cui la malattia si presenta in forma non molto grave, specialmente nel primo trattamento quando si debbano irrorare organi teneri e delicati. Si prepara sospendendo in un recipiente piuttosto grande la calce spenta nell'acqua, quindi rimescolando e lasciando depositare. L'acqua che sovrasta al deposito si butta via e si sostituisce con altra, rime- scolando la calce e lasciando depositare. Quest'acqua limpida, satura di calce si usa per la preparazione della poltiglia nella seguente dose: Acqua satura di calce litri 100 Solfato di rame (sciolto in acqua bollente) grammi 720 Si ottiene una poltiglia azzurra, leggerissima, che si applica ma- gnificamente colla pompa non ostruendo affatto le valvole per la purezza della soluzione. Presenta però qualche piccolo inconveniente: essa lascia sulle foglie macchie poco appariscenti, à un grado di aderenza inferiore alla pol- tiglia bordolese ed è meno resistente di questa all'azione delle pioggie, contenendo una minore quantità di solfato di calcio. 2." Poltiglia al cloruro ammonivo (formula SOSTEGNI). — È molto adatta in casi di forti infezioni che bisogna sopprimere rapidamente; le sue proprietà autiperonosporiche sono più elevate di quelle della poltiglia bordolese. Ecco la formula : Solfato di rame kg. 1,500 Calce spenta » 1,500 Cloruro ammonico gr. 125 Acqua litri 100 PLASMOPARA VITICOLA BERLESE-DE TONI 205 Si prepara da prima la poltiglia solita ed in questa si versa poi il sale ammoniaco sciolto a caldo nell'acqua. Si a sviluppo di ammo- niaca e la massa acquista un colore intensamente azzimo. Bisogna avere l'avvertenza però di preparare quella sola quantità di poltiglia che può essere subito adoperata perchè dopo qualche tempo essa perde notevolmente del suo effetto. 3.° Poltiglia zuccherata (formula Perret, 1892) : Solfato di rame (sciolto in 10 litri di acqua) kg. 2 Calce spenta (sciolta » » ) » 2 Melassa ( » » » ) lit. 2 Acqua » 70 L'aggiunta di melassa aumenta notevolmente il grado di aderenza della poltiglia e di solubilità del composto cuprico, formandosi del saccarato di rame, facilmente solubile. Si versa prima il latte di calce nel solfato di rame, poi si aggiunge la melassa, si mescola bene con forza quindi si versa il rimanente d'acqua. La miscela à un colore verdastro; secondo Girard avrebbe il massimo grado di aderenza. 1." Poltiglia borghignona o cujrro-sodica (Masson, 1887). — Alla calce della poltiglia bordolese è sostituito il carbonato di soda o di potassa del commercio. Versando una soluzione di carbonato sodico in una soluzione di solfato di rame si formano solfato di soda ed idro- carbonato di rame che è assai aderente alle foglie. Gli effetti però sono eguali a quelli della poltiglia bordolese per non dire inferiori. Si conoscono varie formule. Formula A : Solfato di rame (sciolto in 10 litri di acqua) kg. 2 Cristalli di carbonato sodico (e. s.) » 3 Acqua lit- 80 Formula B: Solfato di rame kg. 1 Carbonato sodico anidro Solvay » 1 Acqua » 100 Formula G (neutra): Solfato di rame kg. 1,5-2 Carbonato sodico a 90° (Solvay) » 0,675-0,9» mi Acqua lit- 100 5.° Poltiglia al sapone. — Notevole per la sua aderenza: Solfato di rame kg. 1,500 Sapone in polvere » 1,500 Acqua lit. 100 206 I PARASSITI VEGETALI: III. EUMICETI Si versi il sapone in polvere nella soluzione diluita di solfato di rame. 6.° Acqua celeste (Audoynaud, ISSO). — È una soluzione di solfato di rame nell'ammoniaca, diluita con aequa: Solfato di rame (sciolto in IO litri di acqua) kg. 1 Ammoniaca del commercio (a 22") lit. 1,5 Acqua » 90 Si prepari alcuni giorni prima di usarla e si lasci qualche tempo all'aria; è assai aderente alle foglie, però lascia su queste delle traccie assai poco visibili. 7.° Ammoniuro di rame. — Si ottiene versando ammoniaca sulla limatura di rame. In soluzione all'1-3 °/ in acqua l' ammoniuro di rame costituisce un rimedio ideale contro la peronospora essendo ef- ficacissimo ed assai aderente. Per il suo prezzo elevato e per la dif- ficoltà della preparazione non può essere usato praticamente. 8.° Verdet-gris. — È un acetato bibasico di rame usato con molto vantaggio specialmente in Francia; non è solubile in acqua, ma in esso si sospende nelle proporzioni dell'1-2 °/ - È assai aderente. 9.° Verdet-neutro. — È un altro acetato di rame solubile facil- mente nell'acqua all' 1-1,5 °/ , costituendo un ottimo rimedio contro la peronospora per la sua efficacia e il grado elevato di aderenza. 10.° Poltiglia al solfato di rame e di ferro (formula Menozzi). — Venne esperimentata per vedere di realizzare una certa economia di solfato di rame; i risultati però non furono così soddisfacenti da estenderne l'applicazione. Eccone una formula: Solfato di ferro kg. 0,500 » di rame » 0,500 Calce spenta » 1,000 Acqua lit, 100 Si sciolgono a parte i due solfati, poi si rimescolano e nella mi- scela si versa il latte di calce. 11.° Poltiglia al permanganato di potassa (MASSON, 1897). — Darebbe buoni risultati specialmente nelle annate piovose. Alla pol- tiglia normale si aggiungono da 25-100 gr. di permanganato sciolto precedentemente in un litro di acqua. Poltiglie miste. Per risparmio di tempo e di spesa oggidì si sono esperimentate -delle miscele formate da diversi componenti i quali esplicano la loro azione verso diversi parassiti, in Francia special- PLASMOPARA VITICOLA BERLESE-DE TONI 207 mente da qualche anno sono assai diffuse le poltiglie solforate ed ai polisolfuri che combattono contemporaneamente la peronospora e l'oidio. Siccome pare che la maggioranza dei viticoltori siano d'accordo nel riconoscere ottimi effetti di queste poltiglie miste, vale la pena di dire qualche parola e di citare qualche formula. I. Poltiglie solforate e ai polisolfuri alcalini. — Fin dal L886 il visconte Amaury de Montlaur ed Hugounenq esperimentarono con buoni risultati una soluzione di solfuro di potassio e nel 1887 Mi- chele Perret incorporava nella poltiglia bordolese dello zolfo per combattere con uno stesso trattamento la peronospora e la crittogama dell'uva. Più tardi Cucovich proponeva la seguente formula: Solfato di rame kg. 1 Calce » 1 Solfo » Acqua lit. 100 La difficoltà nella preparazione di tali poltiglie sta nell'incorporale lo zolfo il quale tende a rimanere a galla, perciò GrUiLLON (1), strenuo sostenitore di queste poltiglie, consiglia di mescolare lo zolfo preci- pitato o sublimato colla calce in pasta a caldo in modo da fare un tutto omogeneo che poi si allunga nell'acqua, e si aggiunge alla so- luzione di solfato di rame. In tal modo lo zolfo rimane bene incor- porato e la poltiglia rimanendo più omogenea può essere ben distribuita. Oggidì la ditta Campagne dell' Hérault à messo in commercio una qualità di zolfo detto mouillable (bagnabile) speciale per la prepara- zione di tali poltiglie solforate. Hugouisenq riconosce come maggiormente efficaci le poltiglie ai polisolfuri alcalini poiché in esse il rame si combina formandosi po- lisolfuro di rame. Questo composto è insolubile nell'acqua e resterebbe senza azione contro la peronospora se non fosse assai instabile; os- sidandosi dà solfato di rame solubile e quindi assai attivo. Queste modificazioni si producono direttamente sulle foglie di vite trattate. I polisolfuri alcalini si sciolgono assai nell'acqua, ma la soluzione presto si intorbida per la precipitazione di solfo allo stato nascente. Ora questo solfo in tale stato esplica la massima azione contro l'oidio. I polisolfuri alcalini si possono usare tanto col solfato di rame, quanto coll'acetato neutro di rame. Ecco alcune formule: (1) Guillon, Soufres et bouilles cupriques, Revue de Viticult., voi. XIX-XX. 208 I PARASSITI VEGETALI: Ili. EUMICETI I. - Formula Hoc. II. - Formula Hoc. III. - Formula Mosse. Solfato di rame kg. 1 Solfato di rame kg. 1,5 Verdet neutro gr. 250 Polisolfuro ale. » 1 Polisolfuro ale. » 1.2 Polisolfuro ale. » 500 Acqua lit. 100 Carb. sod. Solv. » 0,500 Acqua lit. 100 Acqua lit. 100 Tali poltiglie àuuo uu grado assai elevato di aderenza. Una miscela capro solforosa che pare dia buoni risultati, come provano esperienze da me fatte nel vigneto sperimentale della Scuola Enologica di Alba è la miscela Sébastian preparata dalla ditta Fratelli Charvet di Torino e che si scioglie nell'acqua nelle proporzioni del 3-4 per cento. II. Poltiglie miste contro diversi juirassiti vegetali ed animali. — Ve ne sono in gran numero. Mi limito a ricordarne qualcuna delle più importanti: a) Formula Martini [Polt. contro la peronospora e la cochylis] Solfato di rame kg. 1 Calce spenta » 1 Rubina » 1 ,5 Acqua lit. 100 Dà effettivamente buoni risultati contro le due malattie. b) Formula Mosse [Polt. contro la peronospora, l'oidio, l'altica, la coehylis, ecc.]. Verdet neutro gr. 250 Polisolfuro alcalino » 500 Arseniato di soda » 200 Acqua lit. 100 Secondo il Mosse Fuso di questa miscela sarebbe economico e notevolmente efficace. Grado di aderenza delle varie miscele. In una poltiglia o miscela antiperonosporica non bisogna tener conto soltanto dell'efficacia, ma anche del grado di aderenza. Quanto più è aderente una poltiglia e tanto più a lungo ne esercita la sua azione benefica sulle foglie, mentre d'altra parte si realizza un notevole risparmio, occorrendo un numero minore di trattamenti. Varii autori si occuparono del grado di aderenza delle varie poltiglie e riportiamo in poche parole i risultati delle loro osservazioni. La poltiglia bordolese può presentare un grado di aderenza diverso a seconda del modo di preparazione; la maggior resistenza la pre- PLASMOPA1ÌA VITICOLA BERLESE-DE TONI 209 sentirebbe a quanto pare se preparata col metodo così detto americano. Questo consiste nello sciogliere separatamente in parli eguali di acqua — in modo da avere soluzioni egualmente diluite — le due sostanze, cioè la calce ed il solfato di rame, versandole poi contemporaneamente in una tinozza e mescolando energicamente. Secondo Girard la meno aderente è la poltiglia bordolese alcalina, mentre la poltiglia borghi gnomi e le soluzioni di acetato di rame avrebbero un'aderenza quasi doppia; la poltiglia zuccherata Pei; k et avrebbe un'aderenza considerevole. Secondo Gastine invece la pol- tiglia bordolese alcalina avrebbe pure un grado elevato di aderenza di poco inferiore alla poltiglia borghignona. Ecco una classificazione proposta da Guillon e Gouirand (1) di diverse- miscele e poltiglie dal punto di vista della loro aderenza : 1.° Poltiglia al sapone. 2.° » al bicarbonato sodico. al carbonato neutro di soda (polt. borghignona). alla calce, al carbonato potassico, acqua celeste. verde t-gris. alla gelatina. alla melassa. al verdet neutro. Ohuard e Porchet (2) arrivano a delle conclusioni alquanto dif- ferenti; i dati del Guillon riguarderebbero l'aderenza assoluta, in pratica l'aderenza non corrisponderebbe a quella teorica, secondo gli autori il verdet -neutro si sarebbe mostrato invece più aderente di al- cune poltiglie. Polveri cupriche. Come trattamenti complementari danno ottimo risultato certe miscele polverulente a base di composti cuprici da usarsi in certe epoche fra un trattamento liquido e l'altro. Tali polveri anno il A r antaggio di penetrare molto bene tra i grappoli proteggen- doli assai a lungo da infezioni peronosporiche. Alcune di esse poi avendo come componente anche lo zolfo agiscono ottimamente contro l'oidio. Non Anno il valore antiperonosporico delle poltiglie, ma il loro uso può tornare assai efficace completando l'azione di quelle. •_>. » 4.° » 5.° » 6.° » 7.° » (1) Guillon et Gouikand, L'adltérence des bouilles cuprìques. Rev. Vitic, 1905, n. 599. (2) Ciiuard et Porchet in Rev. Vitic. XXIV (1905). n. 604. Ferraris, Trattato di Patologia, ecc. — 14. 210 I PARASSITI VEGETALI! III. EUMICETI Tra le polveri cupriche tiene il primo posto il solfo- ruma lo miscela di solfo e solfato di rame nella proporzione di 3 5 kg. di solfato di lame su 97-95 kg. di solfo. La dose migliore è quella al 3 ° che abitualmente si trova in commercio. Per essere più sicuri della purezza della miscela ciascuno può facilmente prepararla da se; si fa disec- care il solfato di rame sopra i 100' in un forno in modo da scacciarne l'acqua di cristallizzazione, quindi si polverizza, il che si ottiene in questo caso facilmente; la polvere finissima viene mescolata a solfo puro e finissimo. Si può anche preparare in altro modo, facendo scio- gliere 3 kg. di solfato di rame nell'acqua ed in questa soluzione im- pastando i 97 kg. di solfo. La pasta ottenuta si lascia seccare quindi si polverizza. È necessario che la mescolanza delle due sostanze riesca molto omogenea e che la polvere sia finissima per poterla ben distri- buire colle ordinarie solforatrici. Polvere di steatite cuprica. — E una miscela di polvere di steatite (talco) con solfato di rame nella proporzione de'11'8 °/ di questo sale. E' assai fine ed aderente, però manifesta azione solamente contro la peronospora. Coefficienti di efficacia delle varie sostanze antiperonosporiclie. Paragonati fra di loro gli effetti di diverse poltiglie o miscele si è constatato che alcune di esse sono realmente più efficaci, mentre altre sono meno attive. Chauzit con diverse serie di esperienze à detcr- minato il coefficiente di efficacia di varie sostanze; bisogna però notare che questi dati non anno un valore assoluto, andando soggetta l'ef- ficacia di una miscela a varie oscillazioni in rapporto colle condizioni favorevoli o meno allo sviluppo della malattia. La scala di Chauzit va da a 10, cioè dalle sostanze inefficaci a quelle efficacissime; nessuna però raggiunge il valore massimo. I dati riportati riguardano solo le soluzioni o miscele più note e più usate: Solfo ramato coeftìc. di efficacia = 2 Soluzione semplice di solfato di rame Acqua celeste Steatite cuprica Verdet-gris Poltiglia borghi gnona Poltiglia zuccherata (Perret) » bordolese I sali di rame e la vegetazione della vite. La conoscenza del potere venefico dei sali di rame anche in minime dosi ritardo note- » » — o » » — 5,5 » » = r7 1 » » — 8-8,5 » » = 7.5-8,5 » » = 9